martedì 31 marzo 2015

SPECIAL - L'arte di giocare di Toshiko Horiuchi


"A creative playground is only half a creative space; it's also a creative attitude."
Jay Beckwith


Toshiko Horiuchi nasce come artista tessile nella scena culturale Giapponese degli anni '60. In quel primo periodo le sue opere sono indubbiamente innovative, suggestive e d'impatto, ma la svolta nel suo lavoro arriva inaspettatamente quando dei bambini chiedono di poter usare una sua realizzazione esposta in una galleria. 

Toshiko cambia radicalmente prospettiva. La sua arte non é più solo concettuale e fine a sé stessa ma diventa fruibile, interattiva e giocabile; la palette dei colori utilizzati passa dai toni neutri, evanescenti, ad un'esplosione di colori che ricorda Gaudì e le moschee del Medio Oriente. 

Non espone più nelle gallerie, ma crea dei veri e propri mondi in cui i bambini possono muoversi liberamente, esplorare e azzardare scalate sorprendenti. 
I suoi playscapes, termine coniato proprio per definire il concetto di paesaggio in cui giocare, si presentano come gigantesche ragnatele multicolori da cui spesso pendono dei fili che terminano in una goccia da cavalcare, sui cui poter dondolare o arrampicarsi. 

L'arte diventa il metodo di realizzazione e non più lo scopo del lavoro. Il filo di nylon, rigorosamente lavorato ad uncinetto da Toshiko, é la materia con cui la creazione prende forme fantastiche dando vita ad ambienti tessili interattivi.

Quando l'arte esce dalle gallerie non puo' che moltiplicare la sua forza espressiva e i bambini, così sensibili al bello, riescono ad appropriarsene naturalmente.

 Scritto da Laura Ferloni, NaiFer
  

martedì 10 marzo 2015

Il Wasabi Dress Rumoroso - Intervista ai My Invisible Friend

- Chi sono i "My Invisible Friend"?


I MYIF sono Anna, Cristian, Joe e Roland: non molto di più che tre ragazzi ed una macchina che hanno deciso di cercare nella musica un modo per allontanarsi da quello che è il mondo del quotidiano per rinchiudersi, o aprirsi, in una dimensione intima e condivisa dove è possibile gridare (e forte!) ciò che altrimenti non si potrebbe o vorrebbe. 


Al di là di quelli che possono essere gli ascolti di ciascuno di noi, c'è molto delle nostre diverse personalità in quello che facciamo, proprio perchè lasciamo che sia innanzitutto l'istinto a guidarci. Joe ad esempio è quello “che nasconde”: essendo piuttosto introverso è raro che comunichi in maniera aperta e fa lo stesso anche quando suona. Quello che ha da dire lo seppellisce sotto strati di suono veramente massicci. 

Cristian è sicuramente il più istintivo dei tre ed è capace di passare da minuti interminabili di rumore a melodie pop senza grandi mediazioni. È raro infatti che ciò che suona nello stesso pezzo rimanga uguale, anche a distanza di pochi giorni. 
Anna è quella precisa, in tutto ciò che fa deve esserci una certa stabilità ed un ordine che non deve essere turbato e questo anche quando si suona: non è un caso che vada molto d'accordo con Roland infatti.


- Come nasce questa band?

I My Invisible Friend sono nati più o meno nel tardo 2013, il nucleo iniziale era formato da Cristian e Anna, entrambi reduci da vecchi progetti. L'intenzione è stata sin da subito quella di cercare sonorità che richiamassero quelle di shoegaze, neo-psichedelia e dream pop ed, in generale, di fare qualcosa che più che costruttivo potesse essere innanzitutto liberatorio. 
Dopo una serie di live seguiti da un lungo periodo di inattività, Joe si è aggiunto alla formazione. Da quel momento la fase creativa ha iniziato a prendere una sua forma e dopo mesi trascorsi ad improvvisare lunghe suite strumentali e dopo l'ingresso di Roland (una drum machine) nella band, sono nati i primi pezzi.


- Cosa volete proporre al mercato musicale?


Al mercato musicale vorremmo proporre esattamente quello che sta all'interno di questo EP; un tipo di shoegaze dalle forti influenze neopsichedeliche, che abbandona forse le arie più dreamy per infangarsi in lunghi muri di fuzz e distorsioni.




- Quali sono i vostri progetti?

Senza smettere di comporre, ci piacerebbe suonare quanto più possibile in Italia e in Europa.


- Le vostre più grandi fonti di ispirazione?

Avendo ciascuno di noi gusti piuttosto diversi sono molte le band che ci hanno influenzato. Si va da nomi più “tradizionali” come ad esempio My Bloody Valentine, Jesus and Mary Chain, Slowdive fino a Spacemen 3 e Dead Skeletons che ci hanno ispirati soprattutto a livello di atmosfera. Anche il krautrock di band come i Neu!, in particolare la sua rigidità ritmica nonché le strutture semplici e ripetitive, è un modello per noi. 

A completare il nostro “minestrone” c'è pure il fatto che un certo livello di melodia “sopravviva” ai nostri muri del suono...

Questo è possibile che sia dovuto ad una trascorsa passione per il britpop!


- Quale canzone meglio vi rappresenta?

The perfect needle - The telescopes

Appena ci siamo conosciuti, quando Joe ancora suonava con noi saltuariamente e aveva solo un big muff attaccato in diretto all'amplificatore, decidemmo di andare a vedere i Telescopes a Piacenza, al Tendenze, per vedere come sarebbero stati.
Incerti sulla reazione di Joe, che ancora era abbastanza acerbo da questo punto di vista musicale, speravamo non ci abbandonasse a Piacenza un po' arrabbiato.
Dopo 10 minuti dall'inizio del set, dopo averlo perso di vista, lo ritroviamo in mezzo alla folla assolutamente trasportato dalla violenza di quel gruppo, preso bene da dio. 
Da quella sera capimmo che forse, quella roba lì, poteva fare per noi. Non appena ci ritrovammo per provare, seguirono lunghissime jam di fuzz acidissimi di stampo Telescopes e da lì parte il nostro processo "evolutivo". 

Come andrà e dove andrà a finire, ancora, non lo sappiamo.


- Come potreste descrivervi in una parola?

Rumorosi.

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Contatti diretti con la band:

My Invisible Friend 




Intervista a cura di Federica Marta Puglisi, NaiFer
con la gentile collaborazione di Andrea, Chatty Chicken Press