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venerdì 2 agosto 2019

SPECIAL - "E se la cover piace più del pezzo originale?"

Davanti allo schermo, con gli occhi persi nel background e l'attenzione fissa sul sottile strato di polvere della mensola di fronte, l'episodio 2, Visioni, della serie televisiva True Detective, scorre inesorabile.

A pochi istanti dal torpore irreversibile, inaspettatamente, quel motivo in sottofondo che ti dice qualcosa senza svelarsi completamente, diviene un ricordo reale. 

Il video si ferma e la memoria prende il sopravvento.

Moddi, "Togsang". "Ma diamine, non è Moddi, la voce non è la sua."

Parte la ricerca su Google ed ecco comparire la locandina della serie tv Patriot. A caratteri cubitali il nome di Vashti Bunyan con la sua "Train Song", la canzone che avevo riconosciuto senza sapere esistesse.

Il momento preciso in cui scopri che un pezzo che amavi è una cover; in cui scopri che la versione autentica è un diamante raro. Cala un velo di delusione sul nuovo esecutore e le carte tornano a mescolarsi.

E se la cover piace più del pezzo originale? 

Una perversa sensazione di tradimento, di falso storico, si insinua nella mente. Ma ormai il sasso é stato lanciato e sta rotolando. Quella canzone non sarà mai più la stessa. 

In un rimando di riflessi sonori, cover e originale, un duello che non avrà vincitori. Alla fine, è la magia della memoria musicale la sola ed unica emozione. 
Vi sfidiamo a dire il contrario.

Per preparare il vostro apparato sensoriale ad eventi simili, abbiamo pensato di lasciarvi con delle chicche:

Act nice and Gentle dei The Black Keys? La versione Originale è dei THE KINKS.

Easy dei Faith no more? La versione Originale è dei THE COMMODORES.

Love Buzz - Nirvana? La versione Originale è dei SHOCKING BLUE. 

Hurt di Johnny Cash? Versione originale NINE INCH NAILS.

Heroes, TV on the radio? Versione originale DAVID BOWIE.


Heartbeats di Jose Gonzales? Versione originale THE KNIFE.

One more cup of coffee dei White Stripes? Per l'esattezza di BOB DYLAN.

Party of special things to do dei White Stripes? E anche questa una cover. Versione originale CAPTAIN BEEFHEART. 

Roll Your Stone Away di Laura Marling? Bisognerebbe ringraziare i MUMFORD & SONS.

Warning Sign dei Local Natives? Incredibilmente dei TALKING HEADS.

Graceland di The Tallest Man on Earth? Versione originale, PAUL SIMON.

What goes on, Pavement?
I found a reason di Cat Power? VELVET UNDERGROUND.

On the beach dei Radiohead? Una garanzia di NEIL YOUNG.

Avalanche di Nicolas Jaar and Sasha Spielberg? Eh già. Grazie LEONARD COHEN.




Bene, ora come la mettiamo?


Scritto da Federica Marta Puglisi 

venerdì 29 marzo 2019

SPECIAL - L'arte di giocare di Toshiko Horiuchi


"A creative playground is only half a creative space; it's also a creative attitude."
Jay Beckwith


Toshiko Horiuchi nasce come artista tessile nella scena culturale Giapponese degli anni '60. In quel primo periodo le sue opere sono indubbiamente innovative, suggestive e d'impatto, ma la svolta nel suo lavoro arriva inaspettatamente quando dei bambini chiedono di poter usare una sua realizzazione esposta in una galleria. 

Toshiko cambia radicalmente prospettiva. La sua arte non é più solo concettuale e fine a sé stessa ma diventa fruibile, interattiva e giocabile; la palette dei colori utilizzati passa dai toni neutri, evanescenti, ad un'esplosione di colori che ricorda Gaudì e le moschee del Medio Oriente. 

Non espone più nelle gallerie, ma crea dei veri e propri mondi in cui i bambini possono muoversi liberamente, esplorare e azzardare scalate sorprendenti. 
I suoi playscapes, termine coniato proprio per definire il concetto di paesaggio in cui giocare, si presentano come gigantesche ragnatele multicolori da cui spesso pendono dei fili che terminano in una goccia da cavalcare, sui cui poter dondolare o arrampicarsi. 

L'arte diventa il metodo di realizzazione e non più lo scopo del lavoro. Il filo di nylon, rigorosamente lavorato ad uncinetto da Toshiko, é la materia con cui la creazione prende forme fantastiche dando vita ad ambienti tessili interattivi.

Quando l'arte esce dalle gallerie non puo' che moltiplicare la sua forza espressiva e i bambini, così sensibili al bello, riescono ad appropriarsene naturalmente.


 Scritto da Laura Ferloni
  

martedì 12 giugno 2018

SPECIAL - Art-o-mat, il distributore automatico di Opere d'Arte

Da una singolare idea dell’artista americano Clark Whittington nasce Art-o-mat, una serie di vecchie macchinette per la vendita automatica di sigarette riconvertite in distributori di opere d’arte. 

Un modo semplice ed estremamente originale che permette ai giovani artisti emergenti di avere una maggiore visibilità e, a chi compra, di collezionare vere e proprie opere d’arte ad un costo estremamente contenuto. 

Le opere proposte sono di vario genere; acquerelli, sculture in argilla, in legno, addirittura fotografie. Le loro dimensioni non devono superare quelle di un normale pacchetto di sigarette!

Il fatto poi che sia possibile selezionare il nome dell’artista, senza però poter scegliere l’opera da acquistare dona al tutto un fascino ancor più particolare. 

Clark Whittington è sempre stato attratto dagli oggetti e dalle storie che essi raccontano tanto da incoraggiare le persone a considerare queste opere d’arte come semplici figurine da scambiare con gli amici afffinché questa loro capacità narrativa non si esaurisca mai.

La prima Art-o-mat fu installata da Whittington nel giugno del 1997 in un caffè della cittadina di Winston-Salem, N.C. per essere poi smantellata nel luglio dello stesso anno, ma alla proprietaria del locale l’idea piacque così tanto da richiedere che la macchinetta le fosse lasciata in modo permanente. 

Fu in quel momento che Clark per far si che il suo progetto continuasse, iniziò la collaborazione con altri artisti.

Attualmente è possibile trovare più di 100 di questi “Distributori di Opere d’Arte” in tutti gli Stati Uniti, nonché una in Australia, in Inghilterra e a Vienna.


Scritto da Laura Baschirotto

mercoledì 16 maggio 2018

SPECIAL - La Record Booth di Jack White

"Ci sono cose che sembrano create a caso. Ma non lo sono; non lo sono affatto." 
Jack White


Neil Young nella Record Booth
John Anthony Gillis, in arte Jack White, nasceva a Detroit il 9 Luglio del 1975 dopo ben 9 fratelli. Sangue misto di origini scozzesi, canadesi e polacche e membro indiscusso del duo rock The White Stripes; dal 2013 é qualcosa di molto di più.

In occasione del Record Store Day ha inaugurato la Record Booth nel suo negozio a Nashville. Una piccola cabina di legno dove si può entrare a registrare un pezzo. La cosa straordinaria è che il pezzo in questione viene istantaneamente inciso su un piccolo vinile trasparente di sei pollici.

Riassumendo: si entra, si registra e si attende... come fuori da una macchinetta per le fototessere. 

Dichiarare l'idea come geniale è quasi poco. Ogni musicista, con questa idea, avrà una demo autentica registrata live come biglietto da visita.

Cosa ci si poteva aspettare da un personaggio che possiede un trio di chitarre da collezione chiamate Le ragazze di Jack? Nulla di apparentemente a caso.

Scritto da Federica Marta Puglisi

martedì 6 marzo 2018

SPECIAL - "Ark Nova" l'enorme teatro mobile


Un bulbo di poliestere gonfiabile viola, un guscio con la stoffa di un paracadute. Disegnata da Arata Isozaki e dall'artista indiano Anish Kapoor, l'installazione è stata realizzata a nella costa est del Giappone, come simbolo di riscatto per un paese che sta ancora pagando un prezzo carissimo per il terribile tsunami e lo spaventoso terremoto del marzo 2011.




L'ideatore sostiene sia una struttura che definisce lo spazio per la comunità e per la musica, racchiuso dal colore e dalla forma; lo studio architettonico va molto oltre ciò che in apparenza sembra. A livello tecnico gli ingegneri che hanno realizzato il progetto sono andati a fondo nella sperimentazione emozionale.


Uno spazio vibrante, un continuo divenire, un approccio biologico con questa straordinaria forma bulbosa, organica. Un'associazione profonda di questa "membrana" tra i nostri organi e la musica, un'unione di spazio e respiro, colore e struttura. 

Un teatro viola poi, la dice lunga; oltre ogni scaramanzia, oltre ogni credenza popolare. 
Un messaggio "pulsante" quello che lasciano questi artisti al patrimonio mondiale. 

Ark Nova, letteralmente "La Nuova Arca".

Una cattedrale moderna pronta a seguire il palinsesto; letteralmente.



Scritto da Federica Marta Puglisi

martedì 27 febbraio 2018

SPECIAL - Anticafé, Roma. Paghi solo il tempo, tutto il resto è gratis!

"A volte le cose, gli avvenimenti, sembrano accadere per caso, ma il caso non è mai casuale, è li che ti aspetta a modo suo". Alessandro Baricco

Le case sono sempre più piccole; le start up sempre più numerose, ma affittare un ufficio ha un costo proibitivo; la nostra risorsa più preziosa è il tempo; il comandamento dell'ultimo decennio é to share, condividere esperienze e spazi pero' spendendo il meno possibile data la crisi che ci accompagna ormai ovunque come una vecchia zia.

Sulla scia del successo delle due sedi parigine, è nato a Roma lo scorso giugno Anticafé, uno spazio ibrido un po' caffetteria, un po' co-working e un po' ludoteca dove invece di pagare le consumazioni si paga una tariffa oraria (a persona) per il tempo trascorso nel locale: 4 € per un'ora, 16 € la giornata e 220 € un mese intero senza limitazioni di orario.

Nato da un'idea del ventitreenne Leonid Goncharov, Anticafé è un concetto elementare ma estremamente innovativo che coniuga le esigenze di diversi target di pubblico in un unico luogo.

Il locale è arredato in modo eclettico con tavoli, sedie, divani, sgabelli per riprodurre l'atmosfera dell'open space di una casa; a disposizione degli utenti ci sono stampante, scanner e proiettore, bevande calde, snack, giochi di società, libri e riviste. 

Durante la mattinata il locale è utilizzato in prevalenza per colloqui di lavoro, meeting e come spazio di lavoro mentre nelle ore pomeridiane aumenta il numero di studenti e verso sera si popola di un pubblico eterogeneo per lunghi aperitivi, serate di home cinema e sfide a Risiko. 

Anticafé facilita il networking, agevola la socializzazione e permette di crearsi uno spazio di lavoro, ma anche ludico che ricrea la convivialità che si sta perdendo. 

Non è un caso che Anticafé sia già un luogo culto della capitale.

Scritto da Laura Ferloni,

martedì 13 febbraio 2018

SPECIAL | Mike Reed si veste d'arancione

Un articolo sulla moda? 
Chi è sto Mike? 
Arancione..?

Qui presenti ad Amsterdam presso il Bimhuis al concerto jazz di Mike Reed che presenta l’album Flesh & Bone. Vi raccontiamo com'è andata questa incredibile serata.

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In semicerchio ci sono sei sedie e una batteria al centro. Si inizia!

Il sassofono alto di Greg Ward è accompagnato dal sottofondo di batteria di Reed e dal basso di Jason Roebke. Sembra che questo sax abbia iniziato a parlare chiaro e deciso. Nasce un dibattito vigoroso assieme agli altri strumenti finché una voce prende spazio. Tocca a Marvin Tate che, dal timbro vocale americano secco e deciso, si alza in piedi e recita un testo! Le poche note musicali accompagnano questo fiume agitato di parole.

Ora tutto è cambiato come nell’aprile del 2009 a Prevov in Repubblica Ceca. Il quartetto di Mike Reed, di cui due afro-americani, era in tournée in viaggio sul treno. Arrivati in una stazione si trovarono davanti alla manifestazione di skinhead. Impauriti vennero presi e nascosti dalla polizia. Trascorsero diverse ore. 

La performance vocale richiamava la tragicità di quel momento. Il brano finisce con la voce strozzata e sibilante di Tate. Quasi si immagina il treno che portava in salvo a Cracovia il quartetto con Reed. Il progetto dell’album è dichiaratamente connesso all’evento del 2009; elaborato e sviscerato è stato scritto sulle note di questo jazz. Il carattere sperimentale del concerto si muove su dinamiche dalle note scure e brillanti con il clarinetto basso di Jason Stein e il sassofono tenore di Tim Haldeman. I piatti e il rullante di Mike Reed sanno essere esplosivi e muscolosi ma anche morbidi per lasciare spazio agli assoli di tromba di Ben Lamar Gay. 

Seconda parte, scena nuova. Le dita decise della pianista Marta Warelis suonano un ritmo sincopato. Sono note sorde e corte grazie a un pezzo di stoffa sopra le corde del piano. Reed ha curato ogni particolare! La sperimentazione musicale è sempre più travolgente. Il basso e il piano suonano le stesse note su tonalità differenti. I due sax e la tromba si sfogano in uno stile di gioia convulsa. Il clarinetto il trombone di Joost Buis sono come due amici che si spalleggiano. 

Arriviamo al momento denominato «big and fine». Veniamo trasportati nei “bassi fondi” di Chicago dove gli strumenti sono in armonia dentro a una ritmica delicata ma incalzante. Piedi e mani si muovono su queste note, impossibile tenerli fermi.


Scritto da Lorenzo Guarascio 
direttamente da Amsterdam

martedì 16 gennaio 2018

SPECIAL | Wonder | Il parere di Wasabi Dress

Nelle sale più frequentate è in questi giorni il film Wonder, toccante pellicola di Stephen Chbosky, con protagonisti Jacob Tremblay, Julia Roberts e Owen Wilson.


L'intenzione che mi ha spinto ad andare a vederlo nasce dall'ascolto del trailer radiofonico che mi ha colto, colpito e affondato, in un soleggiato e gelido pomeriggio invernale mentre camminavo assorto nei pensieri del quotidiano, cercando di affrettarmi verso la fermata del tram in piazza Castello.

"Non andrò mai a vederlo, mai" ho pensato, mentre cercavo disperatamente che i pensieri legati all'imminente consegna di un lavoro si occupassero di sciogliere nel modo più rapido possibile, il pesante ed aggrovigliato nodo alla gola che quei più o meno 30 secondi di parlato appena radioascoltati, avevano, senza permesso, depositato nel mio me.


Ma, maledizione, nessun successo nello sgrovigliare perchè troppo a fondo e ben assestato è arrivato il colponodo, preparato con precisione da chi si è occupato della comunicazione di questo film.

venerdì 10 novembre 2017

SPECIAL - Astenersi romantici e sognatori

Piattaforma, nel centro del mondo*
Michel Houellebecq

"È nel rapporto con gli altri che si prende coscienza di sé: ed è proprio questo a rendere insopportabile il rapporto con gli altri."

Sgradevole, provocatore, irritante; Houellebecq indugia con compiacimento nella volgarità, nell'allusione razzista, nella pornografia più cruda. 

Come sempre però dipinge con genialità una realtà distopica, il declino morale della società postmoderna, l'impressione di non solidità della vita contemporanea.

Michel, classica icona della mediocrità contemporanea, perde improvvisamente il padre e decide di partire per la Thailandia, impero del sesso a pagamento, per concedersi una pausa di oblio consolatorio. Nel paradiso tropicale, dove l'antropizzazione ha raggiunto livelli inimmaginabili e il turismo é ormai l'unica risorsa, incontra Valérie e con lei ed un altro socio decide di aprire una catena di villaggi tematici, dove il tema é il turismo sessuale. 

Naturalmente, dopo un iniziale successo travolgente, nulla andrà come previsto.

Tra digressioni sulla macroeconomia, riflessioni corredate da statistiche reali sull'industria del turismo e incursioni di personaggi secondari, Houellebecq confonde, distrae, ipnotizza.

Il finale, di una banalità sconcertante, non fa che sottolineare quanto questo libro sia frutto di un'attento studio e non di una folgorazione creativa.

Un libro estremamente sottile, intellettuale. 
*Astenersi romantici e sognatori. 

Scritto da Laura Ferloni

venerdì 27 ottobre 2017

SPECIAL - Raccoglie le lacrime in una fiala



Cos'è una lacrima, se non la materializzazione di un ricordo? Ma le lacrime, come i ricordi, sono effimere. 


Tomoko Hayashi, artista multidisciplinare e designer Giapponese, attraverso il suo progetto Tear Mirror, raccoglie storie di gente comune, racconti che riportano alla memoria momenti dolorosi, attimi di felicità assoluta, rimpianti, istanti di tenerezza. Mentre le storie prendono vita e si dispiegano leggere come aeroplani di carta o talmente grevi da smorzare la luce, le lacrime fluiscono e Tomoko le imprigiona in una fiala. 


Dal 2011 la designer Giapponese colleziona le storie all'origine delle lacrime per creare un nuovo tipo di esperienza multisensoriale che possa essere condivisa; le lacrime, dopo essere state raccolte, vengono cristallizzate con zucchero e colori che rappresentano le emozioni raccolte per diventare le tradizionali caramelle giapponesi Kohaku, dei prismi che ricordano l'ambra, poi montate per creare collane, bracciali, orecchini.



Tutti i sensi sono sollecitati, la condivisione dell'esperienza è resa facile dalla fisicità che acquisisce il racconto. Il pianto esce dalla dimensione privata per essere accolto, abbracciato, ascoltato. 

Il liquido misterioso che scaturisce da memorie lontane non è più liquido, ma tangibile. Non è più personale, ma diventa collettivo; si può vedere, toccare, condividere, assaporare e indossare. 

Il ricordo non è più all'interno, ma non è nemmeno del tutto separato da chi l'ha formulato; la distanza può rendere le storie più brillanti o più opache, a seconda del senso che individualmente si conferisce al gioiello. 

Le lacrime evaporano, portando via le tracce. 
I gioielli rimangono, preziosi strumenti per opporsi all'oblio.


Scritto da Laura Ferloni

martedì 24 ottobre 2017

SPECIAL - Sigur Rós irriverenti

C'è voluto un attimo di tempo per metabolizzare quanto accaduto al Mediolanum Forum lo scorso 17 Ottobre 2017. 

Giorno dell'unica data italiana dei Sigur Rós.

Le aspettative durante l'acquisto di un biglietto per artisti di questo calibro sono sempre molto alte. Ti senti quasi prescelto dal dono della comprensione universale; di saper capire e codificare prelibati messaggi subliminali.

Eccoti quindi seduto, tra gli spalti gremiti di persone che mai ti aspettavi, pronto ad essere accarezzato dalle delicatissime sonorità nordiche.

E poi... poi un irriverente uragano in sala a mettere alla prova anche il timpano più preparato.

Tra lo stupore collettivo, un muro sintetico iniziò a materializzarsi violento in un palco che sembrava persino troppo piccolo per questa "nuova" band. 
Immagini geometriche volteggiavano nello spazio completando perfettamente questo stravagante pacchetto. Una rivelazione certamente burrascosa ma molto sincera, questo è senz'altro da ammettere.

Nessun inganno, nessun perbenismo e nessuna misura di tutela. 

Sono certa che chi conosce bene questa band abbia provato un immenso orgoglio nonostante l'inevitabile inquietudine.

Scritto da Federica Marta Puglisi

martedì 8 settembre 2015

SPECIAL - Una libreria di vestiti? Nasce ad Amsterdam il fashion sharing

http://www.lena-library.com
Dopo il car sharing, il coworking, il book crossing si prospetta l'ascesa straordinaria di un nuovo stile di condivisione: il fashion sharing. 

Una boutique come tante altre, in centro ad Amsterdam, ma con una collezione attentamente studiata di capi vintage, di stilisti emergenti, di designer attenti al lato green; i vestiti però non sono in vendita. Si prendono in prestito, come fossero libri in una biblioteca. Invece della carta di credito, una tessera a punti.

Ad ogni capo é attribuito un punteggio, dai 25 punti per un top ai 100 punti per un capo di design, e ogni tessera a seconda del tipo di abbonamento scelto dà la possibilità di prendere in prestito, per un periodo di tempo illimitato, capi per 100, 200, 300 punti. E la possibilità di cambiarli in qualsiasi momento; se poi proprio ci si innamora, il vestito si puo' anche decidere di comprarlo.

Un'armadio in continua evoluzione da cui attingere a seconda del mood del momento. 
Un sogno per molte donne.

La filosofia che sta dietro a quest'idea é quella di un consumo intelligente che va in controtendenza rispetto alla pratica corrente dell'usa e getta; le quattro imprenditrici che hanno creato questa biblioteca dedicata alle fashion victims lanciano un messaggio molto forte: la moda deve essere soprattutto qualità, i capi devono durare nel tempo, si deve riscoprire il lato artigianale dell'abbigliamento e il piacere di condividere.

Se l'idea dovesse prendere piede, sarebbe una vera rivoluzione.

Volete mettere la comodità di partire per un viaggio con il solo bagaglio a mano e una tessera della Fashion Library?


Scritto da Laura Ferloni, NaiFer

martedì 5 maggio 2015

SPECIAL - Va bene, rinuncio a questa T-Shirt

Un esperimento che apre il sipario ad uno scenario non lontano dalla realtà di molte case di produzione low-cost.



Accade a Berlino. 



Una macchinetta, in centro ad una piazza, e un solo slogan. 
"T-Shirt only 2 €"

Molte le persone che, per curiosità e convenienza, si sono avvicinate.
Dopo aver inserito la moneta però tutto cambia. Un video che mostra le condizioni di lavoro per la produzione della fantomatica "T-Shirt" non   lascia nulla all'immaginazione.

Successivamente una sola e unica domanda sullo schermo: "Vuoi comprarla o vuoi donare?"

Istallata per commemorare il "Fashion Revolution Day", in memoria delle vittime del crollo della fabbrica di abbigliamento Rana Plaza in Bangladesh del 2013, questa iniziativa ha fatto riflettere. E donare.


Scritto da Federica Marta Puglisi, NaiFer

martedì 24 febbraio 2015

SPECIAL - Link Dead Drop; una rete nel mondo reale

Un fenomeno mondiale, quello nato a New York, dell'artista tedesco Aram Bartholl. 
Si chiama Link Dead Drop, una nuova forma di street-art. 

Viveva a Manhattan il giorno che decise di cementare la prima chiavetta USB su un muro con la porta rivolta verso l'esterno. 

Un nuovo modo di condividere fuori dalla rete web, una condivisione privata su suolo pubblico, una forma di sharing anonima e offline. Basta collegarsi per inserire propri contenuti o scaricarne di nuovi ed il gioco è fatto.

Stravagante e surreale questa iniziativa ha invaso le città e il portale Flickr con le foto degli scenari di questa nuova forma di condivisione. Dopo 5 anni di progetto si contano 1200 sedi USB in tutto il mondo. 

Un'idea che a macchia d'olio si è espansa portando musica, testi, film, foto, fumetti di mano per mano senza l'irrinunciabile connessione internet.

Un progetto un po' nerd e un po' retrò; un ponte tra la socialità vera fatta d'incontri e di scambi tangibili, fatta di carta e di parole e quella totalmente virtuale dei social networks fatta di assenza e di voci riportate. 

Con Link Dead Drop non basta avere uno smartphone per comunicare, si deve uscire. Si deve attraversare la barriera tra l'universo "possibilistico" della rete e il mondo reale, si deve diventare parte del tessuto urbano per cercare la porta d'ingresso di un luogo nuovo di comunicazione che ha la forma di una banale USB.


Solo allora si può dare. 
E prendere.

Scritto da Federica Marta Puglisi e Laura Ferloni, NaiFer

martedì 27 gennaio 2015

SPECIAL - "Una storia di volumi...altissimi"

4 anni e 10 giorni.

E' l'esatta distanza che intercorre tra la pubblicazione di WOW e Endkadenz Vol.1.
E' una distanza importante.

Lo è soprattutto in questi periodi in cui la discografia delle major insegue isterica la ricetta perfetta per non collassare e dunque ecco uscire dischi e singoli come se non ci fosse un domani.
Ma i Verdena hanno i loro tempi, lo sanno i verdeniani e lo sanno soprattutto le persone che ancora sanno apprezzare un disco ascoltando dalla prima all'utima traccia senza skippare.
Si faceva così anni e anni fa coi vinili e guarda caso, 4 anni tra un lavoro e l'altro, ricorda proprio le tempistiche nell'era in cui si producevano i dischi...quelli veri, quelli che impiegavano 33 giri o 45 al minuto per lasciare un qualcosa per sempre.

E così arriva Endkadenz Vol.1.

Ci sarà anche un Vol.2 tra qualche mese perchè i Verdena, al solito, avevano pronta una nuova monumentale opera ma riproporre un doppio album sarebbe stato ripetitivo e loro non lo sono mai (e anche questo lo sanno i verdeniani), dunque eccoli qui con un'idea discografica di nuovo vintage e figlia degli anni '90 come l'uscita doppia degli Use Your Illusion dei Guns n' Roses.

Partiamo dal titolo: Endkadenz.
Ogni album dei Verdena ha sempre avuto un titolo che sinteticamente trasmettesse le vibrazioni della musica contenuta al suo interno: l'omonimo "Verdena" presentava la misticità di un nome storpiato (originariamente erano i Verbena), "Solo un grande sasso" metteva di fronte a qualcosa di grosso, immobile e pesante nella sua semplicità, "Il suicidio dei samurai" rimandava a suoni ruvidi come lame e tragici come il sommo atto dell'Harakiri mentre "Requiem" arrivava con un nome solenne come i suoni e le atmosfere cupe che conteneva.
E poi c'è stato "Wow", il doppio album, in cui l'aggiunta del piano elettrico, le distorsioni meno esagerate e le idee più pop hanno restituito una sorta di ulteriore nuova versione dei Verdena.

Ed ora ecco EndKadenz.

E' un nome che sembra anagrammare la parola "Decadenza" ma che pure sembra avere voglia di guidare i passi in una danza a endecasillabi.
Luca Ferrari spiega che nella scelta di questo nome si è ispirato a una foto che raffigura il finale dell'esibizione musicale-teatrale Konzertstück für Pauken und Orchester del compositore Mauricio Kagel, in cui un uomo si schianta dentro un timpano da orchestra dalla membrana di carta.

E' un'immagine forte, potente, così come lo sono i suoni di questo nuovo lavoro.

Alberto dice che questo "è un disco in rosso" registrato con tutti i potenziometri spinti al limite, ultrasaturati, quindi immaginiamoci la maturazione raggiunta con Requiem e Wow spinta ancora oltre.
La tracklist, dice sempre Alberto, "è stata messa li a caso, dosando quasi in modo paritario le sonorità più dure e quelle più morbide tra il Vol.1 e il Vol.2" ma questo "mettere li a caso" è una cosa a cui io personalmente non credo o meglio, anche se fosse, sono certo che sarà un "a caso" logico, sensato, come lo è sempre stato.

Ultima particolarità: in questo disco è stato utilizzato un pianoforte vero, di quelli "a muro" o più propriamente detti "verticali", dunque la sovrapposizione tra i distorti big-muff sparati al limite e la dolcezza delle note suonate dai martelletti vibrati dall'intensità dinamica delle dita del suonatore saranno sicuramente l'ennesima scelta artistica strabiliante dei fin ora mai ripetitivi Verdena.

Ringrazio tutta la serie di circostanze ed eventi che hanno fatto in modo che le mie orecchie intercettassero i loro suoni nel lontano '97, ho avuto un percorso musicale decisamente migliore grazie alla loro esistenza.

Scritto da Roberto Panighi per NaiFer

lunedì 22 dicembre 2014

SPECIAL - "Highline Meeting" l'arte di dormire sospesi nel vuoto

Dal 2013, intorno alla metà di Settembre sul Monte Piana, Dolomiti, si svolge uno dei piu' importanti e scenografici raduni non competitivi di slackliners, l'Highline Meeting. 

Decine di amache colorate appese nel vuoto tra pareti di granito rosa, con il sole che scompare dietro alla vetta, rappresentano lo scatto perfetto per chi ama la montagna e l'adrenalina.

Quando camminare in equilibrio su una fettuccia tesa tra due alberi non basta piu', quando per superare i propri limiti si cerca di sfiorare l'infinito, la vertigine dell'orizzonte, dallo slaklining si passa naturalmente all'higline dove il nastro collega due punti a centinaia di metri d'altezza.

Sportivi professionisti, principianti, amanti della montagna, profeti dell'estremo si raccolgono al campo base a piu' di 2000 m di altezza, sopra il Lago di Misurina per un'esperienza di condivisione, di sfida e di spazi senza confini.

La settimana dell'Highline Meeting richiama sportivi da tutto il mondo; i nastri colorati tesi tra le rocce sopra l'abisso sono il palco di una rappresentazione surreale e magica. Persone che camminano, danzano, dormono sospese nel vuoto ci fanno riflettere sulla precarietà e sull'equilibrio simbolico della vita. 

La scelta di questi luoghi come ambientazione dell'Highline Meeting non é casuale: durante la Prima Guerra Mondiale tra queste cime piu' di 15.000 giovani soldati sono morti tra l'odio e l'eco delle granate; oggi per non dimenticare si celebrano la libertà, l'equilibrio, la passione per la vita; ogni sera all'ora del tramonto é previsto un momento di contemplazione del sole nel silenzio perfetto che solo l'alta montagna é capace di regalare.

La lezione é tanto semplice quanto spiazzante: essere sospesi nel vuoto insegna il rispetto per una prospettiva differente, per un punto di vista diverso dall'ordinario.


Scritto da Laura Ferloni, NaiFer





   

martedì 9 dicembre 2014

SPECIAL - Future Library, i cento libri che non sono ancora stati scritti

Una scommessa sul futuro della letteratura, un progetto visionario e poetico.


L'artista Scozzese Katie Paterson ha immaginato una biblioteca in divenire, un luogo fisico nel cuore di Oslo, un luogo dell'anima di ogni lettore, dove verranno conservati 100 libri che verranno scritti uno ogni anno fino al 2114. 

Tra 100 anni questa speciale antologia verrà pubblicata sulla carta ricavata da migliaia di alberi che sono stati piantati nelle foreste del Nordmarka nel 2014.

La prima autrice a contribuire al progetto è Margaret Atwood che nel 2015 consegnerà il primo dei 100 manoscritti che saranno conservati per un secolo nella sala progettata da Katie Peterson all'interno della New Deichmanske Public Library di Oslo.

I nomi degli autori e i titoli delle opere saranno resi noti, ma nessuno dei manoscritti sarà disponibile per la pubblicazione prima del termine del progetto.


La speranza di questa opera è quella di mantenere vivo l'interesse per una letteratura contemporanea di alto livello, per la carta stampata che porta con sé il profumo di un libro, lo spessore di una pagina, la bellezza di una copertina scolorita.

Il futuro di un'antologia così particolare è strettamente legato all'amore per la terra, per la foresta che sarà aria nuova per le prossime generazioni e sarà carta per diventare nutrimento dell'anima. 

Una sfida al digitale, una provocazione nei confronti di una generazione dove i lettori sono una specie in via d'estinzione. 


Un progetto intelligente e idealista. 

Di cui nessuno di noi vedrà la fine.

Scritto da Laura Ferloni, NaiFer

martedì 18 novembre 2014

SPECIAL - A Dresda la casa che suona

Fullen Wall. La casa dalle grondaie che suonano.

A Dresda l’arte è ovunque: nei teatri, nelle pinacoteche, nei palazzi, ma anche sulle facciate delle case.

Passeggiando per il quartiere artistico, infatti, e più precisamente in Görlitzer Straße 25, non si può non notare "la casa dalle grondaie che suonano" diventata ormai una delle maggiori attrazioni turistiche della città grazie ad un complicato sistema di grondaie e condutture che trasforma il rumore della pioggia in un’opera d’arte sonora.

Le grondaie di ottone di questo singolare edificio dalle pareti turchesi sono collegate l’una all'altra da numerosi imbuti che ne trasformano la facciata in un gigantesco organo che funziona ad acqua.

Si tratta di un originale esperimento artistico che prende il nome di "Countryard of Elements" in cui le facciate degli edifici diventano uno strumento musicale che sfrutta e potenzia il suono della pioggia. 

Il progetto è nato grazie alle menti geniali di tre artisti, la scultrice Annette Paul e i designer Cristopher Rossner e Andre Tempel, che nel nuovo quartiere studentesco di Dresda, Kunsthofpassage, hanno voluto far si che il suono della pioggia entrasse a fare parte di una spettacolare orchestra sinfonica. 

“La musica è architettura svolta, mentre l’architettura è musica pietrificata”. 
Göethe

Scritto da Laura Baschirotto, NaiFer

martedì 21 ottobre 2014

SPECIAL - A Bruges la birra passa sotto terra. Dove l'intuito unisce ecologia e risparmio.


Ci troviamo in Belgio, precisamente a Bruges, la soprannominata "Venezia del Nord".



Graziosissima cittadina con un centro storico nominato nel 2000 patrimonio dell'umanità dall'UNESCO, accoglie ogni anno ventimila turisti per la festa della birra. Bruges dall'anno prossimo avrà una marcia in più.

Dopo aver ottenuto l'autorizzazione del comune, la De Malve Mann ha reso pubblica la sua innovativa iniziativa.

Per risparmiare nei trasporti e salvaguardare l'ambiente ha consegnato e ricevuto approvazione per un progetto davvero originale. Un vero e proprio "birradotto" sotterraneo di circa 3 km; dalla fabbrica fino allo stabile di imbottigliamento eliminando così dalla circolazione 500 camion ogni giorno.


A carico interamente della distilleria, questa idea renderà Bruges una cittadina unica al mondo, non solo per la sua bellezza.

Scritto da Federica Marta Puglisi, NaiFer

martedì 7 ottobre 2014

SPECIAL - Gli arcobaleni tessili di Gabriel Dake

"I colori più intensi li tingono le emozioni."
Stephen Littleword


Un legame tra moda e architettura, tra colore e forma, tra fibra e spazio. 

Nato a Città del Messico nel 1973, Gabriel Dawe inizia la sua carriera come Graphic Designer circondato dai colori intensi che caratterizzano da sempre la cultura messicana. 

Nel 2000, per approfondire il suo desiderio di ricerca, si trasferisce a Montreal, dove si ritrova a fare i conti con un'esigenza creativa con pochi precedenti. 

La sua ricerca inizia, le sue istallazioni piano piano prendono vita. Da fili tesi, ganci, chiodi e una minuziosa attenzione, motivi optical si concretizzano nell'aria. 

Protagonista é la materia che sembra dissolversi da ogni punto di vista vestendosi di novità. Cambiando così, spessore, consistenza, sfumatura.

Un artista intenso, dallo spettro emotivo decisamente singolare, che ha saputo andare oltre, rivisitando l'utilizzo textil. 

Con grande gusto estetico le sue radici emergono dalla sua terra, solidificandosi nello spettro visivo e occupando il vasto spazio che certamente meritano.

Il suo lavoro è stato esposto negli Stati Uniti, in Canada, in Belgio e e nel Regno Unito. 


Represented by:
conduit gallery + dallas, texas + 214.939.0064 + http://www.conduitgallery.com/
galerie lot 10 + brussels, belgium + + 32 (0)2 647 74 59 + http://www.lot10.eu/

Scritto da Federica Marta Puglisi, NaiFer