martedì 25 novembre 2014

E se fosse stato Fismoll a rubar cavalli tra Vilnius e Trakai?

Arkadiusz Glensk, in arte Fismoll é nato nel 1994 a Poznań nella Polonia occidentale. Il suo nome significa letteralmente "fa diesis minore" la nota, a suo dire, più triste e profonda; la nota che suo padre, anch'esso musicista, trovò ricorrente nelle sue composizioni. 

At Glade é il suo primo disco, l'esordio di un artista appena maggiorenne e quello che stupisce sin dal primo brano é la sua incredibile maturità.

Sono delineate le sfumature che lo trasportano in ambienti affini a sonorità a cui lui stesso ha dichiarato d'ispirarsi, come i Sigur Rós, Ólafur Arnalds.

I To Dryad é il brano numero sette, quello che meglio descrive il suo debutto nel mondo musicale. Un arpeggio garbato trasportato da un avvolgente e malinconico ingresso di archi, in cui la sua voce compare, con calma, solo dopo un minuto. 

Come se le sue parole volassero in un gelido vento invernale, come se fosse già chiara l'importanza dell'immenso carico emotivo che, questo giovanissimo musicista, trasporta.

Scritto da Federica Marta Puglisi, NaiFer


Il Wasabi Dress di "I to Dryad":


Fuori a rubar cavalli, Per Petterson
"Voglio metterci il tempo che serve. Il tempo è importante per me adesso, mi dico. Non nel senso che deve passare lento piuttosto che veloce, ma semplicemente in quanto tempo, come qualcosa in cui vivo e che riempio di cose e attività fisiche in cui posso scandirlo, così che mi diventi visibile e non scompaia quando non me ne accorgo".



Estate 1948, una casa isolata nella foresta sul confine tra la Norvegia e la Svezia. 



La guerra, la resistenza, il rapporto padre e figlio, un lutto improvviso, l'amore adulto, appena sbirciato, l'abbandono, l'amicizia e il legame istintivo e profondissimo con la natura scandinava, selvaggia e implacabile. Questi sono i temi che Petterson con una scrittura pulita e rigorosa costruisce all'interno di flashback e di rimandi ad avvenimenti passati.



Inverno 2000, stessa vallata, cinquant'anni più tardi.



Trond è da poco rimasto vedovo e decide di tornare nel luogo che nell'arco di una intensa estate l'ha fatto uscire violentemente dall'infanzia. Anche questo è un momento delicato, di passaggio, in cui i ricordi si mescolano con dettagli immaginati e verità che nessuno ha mai avuto il coraggio di dire. Il bilancio di una vita intera che si avvia verso la conclusione risulta molto più convincente nel rigore di un'inverno di isolamento e di riflessione.



Petterson riesce a mostrare parallelamente due personaggi molto diversi, Trond adolescente e lo stesso Trond quasi settantenne, senza che le due figure stridano mai.


La solitudine li accomuna: l'adolescente rimane solo dopo l'abbandono del padre, figura mitica con il cui ricordo dovrà fare i conti anche una volta oltrepassata la barriera dell'età adulta; l'uomo anziano sceglie di passare gli ultimi anni della sua vita da solo, nei boschi che lo hanno così profondamente modellato.

Un libro da leggere con calma, parole limpide da osservare mentre compongono frasi leggere.

Scandinavo nello stile, nell'anima.

Scritto da Laura Ferloni, NaiFer


Silenzio e tramonti scarlatti tra Vilnius e Trakai 

Vilnius, capitale Baltica che sorge tra le rovine di un ex cortina di ferro in periferia, i simboli di un fiorente e prestigioso passato nel centro storico e l'ambizione ad un futuro globalizzato nella zona commerciale.

Gli aggettivi che meglio descrivono questa capitale sono ordine e silenzio, si, ordine e silenzio...in pieno giorno, sotto al monumento rappresentante il centro geografico d'Europa è possibile parlare sussurrando al proprio vicino e sentirsi nitidamente, le persone sembrano correre al rallentatore, senza emettere rumori, l'atmosfera sembra ovattata dal perenne cielo plumbeo e dalla cortina di nuvole che ricopre costantemente la città. 
Quel cielo argentato, che riflette la luce del pallido sole autunnale sulle vetrine di vecchie oreficerie ebraiche al fianco di McDonalds & Sturbucks.

Lasciando alle spalle la città, degna di attenzione con modeste attrazioni di carattere culturale-commerciale, grazie alle irrisorie cifre necessarie per gli spostamenti, è fondamentale fermare un autobus anni od il primo taxi disponibile e farsi accompagnare verso i laghi di Trakai. 

Superati i primi cinquanta cartelloni pubblicitari di Samsung, appena usciti dal grigiore della periferia dove sembra che il tempo si sia fermato nel 1989, accade qualcosa di magico: la coltre di nubi, che sembrava saldata come una cupola sopra la città e nell'animo della popolazione, si squarcia....proprio appena sopra l'orizzonte, si...l'orizzonte...perchè fuori Vilnius il paesaggio lentamente perde ogni forma, ogni silhouette. Nessun rilievo, come un mare di prati e campi ed una Route 66 baltica a squarciare la timida tundra. 


Giunti a Trakai, dopo circa 40 minuti di viaggio, attraversato a piedi un piccolo villaggio di pescatori, comparirà un paesaggio surreale, quel tramonto rosso fuoco, frutto di qualche pennellata di Munch, si riflette sulla superficie dei laghi e sulla facciata del castello, delineandone la figura, rendendolo unico in un contesto paradisiaco, quasi fuori luogo, sicuramente fantastico. 

Al porticciolo, una barca a vela, con un anziano marinaio lituano al timone, traghetta i cuori e le anime in quel silenzioso, caldo e misterioso angolo sperduto di europa, dove nessun rilievo e degno di nota ma dove i colori ridisegnano una skyline che non c'è, dove le osterie del porto offrono Zeppelin & Selvaggina invece che pescato locale, dove con qualche decina di euro si può vivere un territorio inesplorato, ordinato, silenzioso...

...quel silenzio che sembra un urlo per una nazione che ha riconquistato la propria indipendenza, libertà...ed ora attende alle porte dell'Europa nel miraggio dell'ennesima globalizzazione culturale...che non toccherà mai Trakai, dove in silenzio il sole tramonterà sempre sull'acqua dolce del lago dando spazio al crepuscolo ed alla fiera di luminarie e luci del villaggio dove i pescatori mangiano carne e patate, dove lo stridente silenzio fa da metronomo ai pensieri di ogni viaggiatore. 

Gastronomia locale: 

- Zeppelin (grossi gnocchi di patate a forma di....dirigibile) in qualsiasi forma e condimento. 
- Selvaggina. 



Scritto da Andrea Ferrari, NaiFer



"Il viaggio non finisce mai, solo i viaggiatori finiscono."

José Saramago


martedì 18 novembre 2014

SPECIAL - A Dresda la casa che suona

Fullen Wall. La casa dalle grondaie che suonano.

A Dresda l’arte è ovunque: nei teatri, nelle pinacoteche, nei palazzi, ma anche sulle facciate delle case.

Passeggiando per il quartiere artistico, infatti, e più precisamente in Görlitzer Straße 25, non si può non notare "la casa dalle grondaie che suonano" diventata ormai una delle maggiori attrazioni turistiche della città grazie ad un complicato sistema di grondaie e condutture che trasforma il rumore della pioggia in un’opera d’arte sonora.

Le grondaie di ottone di questo singolare edificio dalle pareti turchesi sono collegate l’una all'altra da numerosi imbuti che ne trasformano la facciata in un gigantesco organo che funziona ad acqua.

Si tratta di un originale esperimento artistico che prende il nome di "Countryard of Elements" in cui le facciate degli edifici diventano uno strumento musicale che sfrutta e potenzia il suono della pioggia. 

Il progetto è nato grazie alle menti geniali di tre artisti, la scultrice Annette Paul e i designer Cristopher Rossner e Andre Tempel, che nel nuovo quartiere studentesco di Dresda, Kunsthofpassage, hanno voluto far si che il suono della pioggia entrasse a fare parte di una spettacolare orchestra sinfonica. 

“La musica è architettura svolta, mentre l’architettura è musica pietrificata”. 
Göethe

Scritto da Laura Baschirotto, NaiFer

martedì 11 novembre 2014

Song for Zula dei Phosphorescent

Originario del profondo Sud America, irrompe nel mercato depistando le aspettative del pubblico. Phosphorescent, o meglio, Matthew Houck è l'uomo nascosto dietro questo soprannome. 

La sua proposta del 2013 prende il nome di Muchaco, come omaggio allo Yucatan, ancora su etichetta Dead Oceans come i precedenti album. Una temeraria rivisitazione soft-country in chiave moderna, un atipico atteggiamento cantautorale molto coraggioso. Una nuova varietà di suoni in chiave elettronica prendono il sopravvento in questo nuovo album, spaziando dai fiati agli archi, dalle percussioni alla steel guitar.

Complice del suo determinato atteggiamento è anche il triplo sold out alla Brixton Academy come gruppo di supporto dei The National, in cui Houck rischia tutto e per questo si ripropone in forma rinnovata che lo spinge alla produzione di un disco anticonvezionale.

Song for Zula è il primo singolo d'esordio di Muchaco; un punto di partenza di tangibile bellezza. Delicato e disperato, personale ed intimo. 
Un urlo al rinnovamento colmo di passione e dolore.


Scritto da Federica Marta Puglisi, NaiFer




Il Wasabi Dress  di "Song for Zula":


Koufonisia, Grecia
Poco più di uno scoglio, molto più di un'isola. Un concetto di viaggio. 

Koufonisia é la piu' bella tra le Piccole Cicladi; pochissimi kilometri quadrati di una terra piatta e arida interrotta da un'unica strada asfaltata, ma circondata da un mare turchese e sabbia di un bianco assoluto che sfuma nel rosa.

Una manciata di case che guardano verso il porto, raccolte attorno all'unica piazza. Architettura tipica delle Cicladi, casette basse dipinte a calce, persiane azzurre. E bouganville, enormi e rigogliose.

Koufonisia non é un'isola per tutti, non ci si arriva comodamente con un volo charter, né direttamente in traghetto dal Pireo. Non ci sono discoteche, né alberghi di lusso; si puo' dormire negli appartamenti spesso spartani della Chora e provare ogni sera una taverna diversa.

A Koufonisia non c'è fretta, si riesce a ridare il giusto valore al tempo.

Le bellissime spiagge sono tutte libere e raggiungibili a piedi dall'unico villaggio, seguendo il perimetro dell'isola. 

La sera, quando il sole scende e le barche dei pescatori si riflettono nelle acque turchesi del porto non si può fare altro che sedersi sul molo con un bicchiere di ouzo e meditare sul senso della vita.

*Appartamenti da 40 Euro, Traghetto a/r da Naxos da 30 Euro 

Scritto da Laura Ferloni, NaiFer



Ricetta - La Pita

Farina 00, 250 gr
Farina manitoba, 250 gr
Acqua, 300 ml
Olio di oliva extravergine, 30 gr
Sale, 12 g
Malto, (o zucchero) 1 cucchiaino
Lievito di birra fresco, 12 gr fresco (disidratato 4 gr)


La pita è il pane tondo, piatto e morbido tipico della Grecia e di molti altri paesi del Medioriente e viene usata per accompagnare molte pietanze e come base per il gyros.

Per pareparare le pita, versate il lievito di birra disidratato (o fresco) in una ciotolina con poca acqua e il malto (o lo zucchero). Mescolate bene e unite il composto alle due farine dentro ad una ciotola. Impastate. Nella restante acqua tiepida sciogliete il sale e l'olio. Versate l’acqua con il sale e l'olio sulla farina e impastate fino ad ottenere composto uniforme. Trasferitelo su di una piano di lavoro e continuate a lavorare l'impasto e modellatelo come una palla. Fate lievitare l'impasto delle pita in una ciotola oliata e ricopritela con pellicola trasparente. Mettete a lievitare nel forno spento per due ore. Quando l'impasto avrà raddoppiato di volume dividetelo in 8 parti del peso di circa 100 gr l’una e date ad ogni pezzo la forma di pallina. Stendete con un matterello fino ad ottenere delle sfoglie leggermente ovali di circa 20 cm di diametro. Sistemate le pita su una teglia, foderata con carta forno, in modo che non siano attaccate tra loro e spennellatele leggermente con un’emulsione di olio e acqua. Lasciatele lievitare coperte con della pellicola per almeno 40 minuti. Terminata la lievitazione, infornate le pita per 5 minuti, il tempo che si dorino nella parte inferiore e restino bianche in quella superiore e conservatele immediatamente impilate in un contenitore non areato.



"L'unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, 
ma nell'avere nuovi occhi."
Marcel Proust