mercoledì 17 giugno 2020

La sopravvivenza di Agnese al Coronavirus

In questo periodo surreale che stiamo vivendo é difficile parlare di canzoni, film, serie tv, libri... E’ davvero complesso liberare la mente e farla fluttuare in piena libertà. Siamo un po’ incastrati come un sorriso dietro la mascherina. Per questo noi di wasabidress abbiamo voluto raccontarvi una storia vera. La storia di Agnese. 

Un’incredibile fotografa di 38 anni che lo scorso 4 marzo si é ammalata di Coronavirus.

Vogliamo rendere omaggio al suo buio e alla sua luce, vogliamo dedicarle del tempo. Vogliamo ascoltarla mentre racconta quel dolore terribile che ha dovuto sopportare. Vogliamo dare a voce a lei a nome di tutte quelle persone che hanno dovuto vivere questo incubo.

Scoprirete quanto la vita ama farsi spazio tra le insidie. Già, a volte, è proprio toccando l’abisso più cupo che è possibile rinascere. E Agnese é sulla buona strada.


Ciao Agnese, prima di tutto vorrei che ti presentassi.




Ciao. Mi chiamo Agnese, in arte Starlet_eyesho 38 anni e sono della provincia di Milano. 

Ho iniziato a fotografare molti anni fa, in maniera molto istintiva; la macchina fotografica è sempre stata la mia penna, il mio mezzo di trasporto, la mia frase mancata. Dentro ogni foto c'è tutto, e non c'è bisogno di spiegarlo.

Fino a marzo, nei miei scatti ho sempre ricercato il movimento verso qualcosa, dei punti di vista inediti e delle espressioni spontanee. Tutte le foto hanno una mia impronta ben visibile ma le stesse sono anche sempre state il mio diario segreto. Ho raccontato il mio movimento, il mio moto verso il non so cosa, gli arrivi e le ripartenze, i miei sorrisi riflessi. In pratica nelle mie foto c'e il disordine dell'effetto combinato delle mie stagioni, che hanno sempre ruotato attorno alla mia natura, senza mai però abbracciarla.

Quando il Coronavirus é brutalmente entrato nella tua vita?


Mi sono ammalata di Covid il 4 Marzo. Posso senz'altro dirti che questo è stato l'evento più traumatico della mia vita. Ho vissuto per giorni, settimane, una tragedia personale e famigliare. E piccola premessa... sono sempre stata in ottima salute.

Non ho parlato quasi con nessuno di quello che ho passato fino ad ora, sono rimasta più di tre mesi senza dire una parola a riguardo, ma credo sia giunto il momento di raccontare. Perché raccontare é importante.

Quali sono stati i primi sintomi? E cos’é successo dopo?

I primi sintomi sono stati quelli di cui tutti hanno parlato: febbre alta, tosse, dolori muscolari. Sin dall'inizio ho capito di non avere una normale influenza, ma non immaginavo di certo come sarebbero andate le cose. 

martedì 3 marzo 2020

Nuovo singolo! Nuova intervista per I PIXEL

Ebbene sì. Il nuovo singolo dei PIXEL é pronto per essere ascoltato!





Ed ora... due chiacchiere con questi ragazzi.

Prima del video, parliamo del brano: molto più pop rispetto al vostro sound a cui siamo abituati. Svolta stilistica, provocazione o ispirazione?
Abbiamo sempre apprezzato gli artisti che riescono a reinventarsi mantenendo una linea coi lavori pubblicati in precedenza, senza stravolgere il proprio sound. Per questo motivo abbiamo voluto portare un po’ d’aria fresca in quello che facciamo, introducendo strumenti e soluzioni musicali che fino ad ora avevamo escluso perché secondo noi non rientravano nello stile dei Pixel.




Sul video non abbiamo dubbi, é molto provocatorio. Raccontateci cosa vedrà chi lo andrà a cliccare.
Una band un po’ svogliata in tenuta da Arancia Meccanica e un gruppo di persone vestite da scappati di casa che si alternano in karaoke assurdi e situazioni improbabili, sulle note della canzone più catchy dell’anno.
Scherziamo (in parte), ma la combinazione canzone/video è sicuramente una delle cose di cui andiamo più fieri fra quelle che abbiamo fatto finora.



Chi è il regista e come vi siete conosciuti?
I registi sono Leo James Manzini e Greta Donati, che insieme gestiscono Madora Vision. Con loro avevamo già realizzato altri due video (quelli per “Non Importa Se Sto Morendo Se ad Uccidermi Sei Tu” e “Fine della Fiera”), e ci siamo sempre trovati bene, per cui quando è arrivato il momento di scegliere i registi di questo video, non abbiamo avuto dubbi.

Gli avete lasciato libero campo o avete date qualche indicazione?
L’unica indicazione vera e propria è arrivata da Andrea, che per il video voleva un’atmosfera lynchiana, scene consapevolmente scollegate fra loro che creassero un forte impatto visivo sullo spettatore. Da qui, è nata poi tutta la storyline, dettata molto anche dalla location che abbiamo scelto: Villa Pratola, una reggia nella provincia di La Spezia, a pochi passi dalla nostra sala prove.
C’è stato anche un riferimento a un altro video musicale, ma lasciamo che siano gli altri a scovarlo.


Un po' di backstage: chi sono gli attori a parte voi?
Gli attori sono tutte persone del posto che in un modo o nell’altro abbiamo incrociato grazie alle nostre attività col gruppo: Paride, il ragazzo che fa il karaoke, era un compagno di classe di Marco (batterista del gruppo) e l’abbiamo conosciuto quest’estate dopo un nostro concerto. Ci ha subito impressionato, e avevamo già deciso che l’avremmo tirato dentro nel nostro prossimo video. Gli altri sono Irene (anche lei bravissima videomaker), Camilla e Tiziano, che si sono rivelati tutti ottimi nelle loro parti.

Cosa interpretano o meglio cosa simboleggiano?
A dire il vero, non abbiamo voluto dare a nessuno dei personaggi un secondo significato: con queste immagini volevamo semplicemente creare qualcosa d’assurdo e d’impatto al tempo stesso. I registi hanno dato una parte ben specifica a ogni personaggio presente nel video, questo sì, ma dietro le caratterizzazioni non c’è nessun rimando ad altri significati.

In quanto tempo lo avete realizzato?
Il video è stato girato in una singola giornata, inclusi i preparativi della villa. Abbiamo iniziato con le scene del party e del karaoke, il pomeriggio abbiamo girato quelle esterne e la sera le riprese di gruppo. I ragazzi di Madora Vision sono super organizzati, e sapevamo che avrebbero gestito al meglio le tempistiche.

Regalateci qualche news: prossime date live e diteci se avete qualcosa di nuovo che bolle in pentola.
Dopo aver registrato una parte dell'album in studio a settembre, ci siamo resi autonomi e abbiamo continuato a registrare il nuovo materiale nel nostro piccolo studio personale, ispirati da alcuni artisti indipendenti che usano la stessa tecnica. Siamo a buon punto con le registrazioni, e davvero soddisfatti di quello che sta venendo fuori: avevamo bisogno di essere più liberi, per esempio di andare alle 3 di notte a registrare una parte che il giorno prima non è stata finita. E si sa che di notte la creatività scorre di più nelle vene.



"Fuori di Me", è il primo singolo del nuovo album, a cui seguiranno altre canzoni che anticiperanno il disco. Insieme alla nostra nuova etichetta, Phonarchia Dischi, e altre realtà che ci danno una mano, Meno Warehouse e Sponge House Booking, abbiamo intenzione di portare questo nuovo lavoro in giro ancora più di prima. Sarà tutto pronto nei prossimi mesi, e non vediamo l'ora.

Intervista scritta da Roberto Panighi, a cura di Federica Marta Puglisi

venerdì 2 agosto 2019

SPECIAL - "E se la cover piace più del pezzo originale?"

Davanti allo schermo, con gli occhi persi nel background e l'attenzione fissa sul sottile strato di polvere della mensola di fronte, l'episodio 2, Visioni, della serie televisiva True Detective, scorre inesorabile.

A pochi istanti dal torpore irreversibile, inaspettatamente, quel motivo in sottofondo che ti dice qualcosa senza svelarsi completamente, diviene un ricordo reale. 

Il video si ferma e la memoria prende il sopravvento.

Moddi, "Togsang". "Ma diamine, non è Moddi, la voce non è la sua."

Parte la ricerca su Google ed ecco comparire la locandina della serie tv Patriot. A caratteri cubitali il nome di Vashti Bunyan con la sua "Train Song", la canzone che avevo riconosciuto senza sapere esistesse.

Il momento preciso in cui scopri che un pezzo che amavi è una cover; in cui scopri che la versione autentica è un diamante raro. Cala un velo di delusione sul nuovo esecutore e le carte tornano a mescolarsi.

E se la cover piace più del pezzo originale? 

Una perversa sensazione di tradimento, di falso storico, si insinua nella mente. Ma ormai il sasso é stato lanciato e sta rotolando. Quella canzone non sarà mai più la stessa. 

In un rimando di riflessi sonori, cover e originale, un duello che non avrà vincitori. Alla fine, è la magia della memoria musicale la sola ed unica emozione. 
Vi sfidiamo a dire il contrario.

Per preparare il vostro apparato sensoriale ad eventi simili, abbiamo pensato di lasciarvi con delle chicche:

Act nice and Gentle dei The Black Keys? La versione Originale è dei THE KINKS.

Easy dei Faith no more? La versione Originale è dei THE COMMODORES.

Love Buzz - Nirvana? La versione Originale è dei SHOCKING BLUE. 

Hurt di Johnny Cash? Versione originale NINE INCH NAILS.

Heroes, TV on the radio? Versione originale DAVID BOWIE.


Heartbeats di Jose Gonzales? Versione originale THE KNIFE.

One more cup of coffee dei White Stripes? Per l'esattezza di BOB DYLAN.

Party of special things to do dei White Stripes? E anche questa una cover. Versione originale CAPTAIN BEEFHEART. 

Roll Your Stone Away di Laura Marling? Bisognerebbe ringraziare i MUMFORD & SONS.

Warning Sign dei Local Natives? Incredibilmente dei TALKING HEADS.

Graceland di The Tallest Man on Earth? Versione originale, PAUL SIMON.

What goes on, Pavement?
I found a reason di Cat Power? VELVET UNDERGROUND.

On the beach dei Radiohead? Una garanzia di NEIL YOUNG.

Avalanche di Nicolas Jaar and Sasha Spielberg? Eh già. Grazie LEONARD COHEN.




Bene, ora come la mettiamo?


Scritto da Federica Marta Puglisi 

venerdì 28 giugno 2019

Fondere Rap, Soul, Jazz, Fusion, Trip Hop, Rock ed Elettronica? Si può fare! - Intervista a Satoshy & La Banda Ballon



Qui in redazione wasabidress continuano le ricerche. Il nostro inviato speciale ha scovato un'altra band molto interessante: Satoshy & La Banda Ballon. 
Questa potentissima band calabrese, che si presenta al pubblico con l’album d’esordio L’Ignoto, ha un solo scopo: fondere Rap, Soul, Jazz, Fusion, Trip Hop, Rock ed Elettronica. Era necessario parlare con loro!

Ecco l'intervista di Roberto Panighi, a cura di Federica Marta Puglisi. Buona lettura!

Satoshy (Antonio Russo) con La Banda Balloon (Simone Nollino e Pasquale Oliva).



















Complimenti per lo stile, qui abbiamo fatto tutti un viaggio nei primi anni 90, nell'hip hop duro e puro. Come sono nati i Satoshy & La Banda Ballon?

Ci avvicinammo anni fa grazie al mixtape di Satoshy “Back to 90’s” e continuammo a collaborare nonostante la distanza anche nel progetto “Mosaics” rilasciato a Londra nel 2018. Nell’ultimo periodo la nostra visione a riguardo era diventata cosi omogenea da far nascere in noi la necessità di collaborare a qualcosa come gruppo, e da lì sono nati i Satoshy & La Banda Balloon.

Si risentono gli scratch, ormai andati quasi persi purtroppo, si sente un flow minimale ma efficace, si sente una gran batteria, un gran basso e, in generale, una grandissima presenza strumentale suonata ad un alto livello: da dove venite musicalmente parlando?


Abbiamo fatto tre percorsi diversi che si sono avvicinati col tempo. Satoshy è cresciuto da autodidatta, ha iniziato come rapper, poi per esigenza è entrato a far parte del mondo della registrazione e delle produzione musicale a tutti gli effetti. La Banda Balloon viene da varie influenze musicali, tra cui il Rock e la Fusion, col tempo e la curiosità si sono avvicinati al mondo del Rap e di conseguenza allo stile di Satoshy.

"L'ignoto" è il nome del disco, è una parola pesante, indefinita. I testi dell'album sono molto introspettivi, l'ignoto è dentro di noi o fuori?

Come hai detto, l'ignoto è indefinito. Può essere astratto o la cosa più concreta sotto i nostri occhi, si può nascondere dietro una qualsiasi ombra, oppure può essere creato da noi stessi, al nostro interno, ma per rispondere alla tua domanda: quello che generiamo fuori molto spesso è solo il riflesso del nostro fondale.



















Ascoltando i dettagli, specie nel suonato, c'è una ricerca in sonorità che spaziano dai Tower of power ai Rage against the machines e nonostante il vostro sound sia più tranquillo, la "botta" che arriva ha lo stesso peso: da dove arrivano le vostre influenze musicali?

Proviamo sempre a guardare al di la del muro, sbirciare nelle cose più assurde. La Black Music ci accomuna, amiamo il Rap, il Soul, il Jazz, la Fusion, Trip Hop, Rock ed Elettronica. Prendiamo tutto come viene, non ci siamo prefissati nulla tranne questo. Non sentiamo l'esigenza d'identificarci in un genere, vogliamo semplicemente esprimere noi stessi attraverso la musica, nella maniera più pura possibile.















Quanto ti alleni nel tempo libero per poter spingere tutta quella raffica di parole quando siete dal vivo? Battute a parte complimenti, il miglior Busta Rhymes si sentirà fischiare le orecchie!

Grazie, non mi alleno con metodo da un po', ma sfrutto le prove con la band per tenermi in forma.

Cosa fanno i Satoshy & La Banda Ballon in un normale martedì?
Fumano, suonano e si disperano.

Quante prove fate alla settimana?

Dovremmo farne tre.

Quali i prossimi impegni live?


Dedicheremo il nostro tempo a delle live session in studio che pubblicheremo on line, ma non mancheranno anche delle esibizioni sui palchi che annunceremo sui nostri canali social a breve.

....ora passiamo al wasabidress

Cani Sciolti dei Sangue Misto, un brano che ci ha trasmesso oltre alla musica, tanti valori che rispettiamo tutt'oggi. L'intero disco è il monumento del Rap Italiano sotto il nostro punto di vista.

Come film, Memento. La psicologia di quel film ci affascina, in realtà ci piace qualsiasi cosa che descrive le sfumature più ignote della mente umana.

Il Concerto di Caravaggio. Un dipinto olio su tela realizzato nel 1597. Associamo spesso la nostra musica ad un "dipinto", dare colore all'armonia e alle sensazione è di fondamentale importanza per noi.



Satoshy & La Banda Ballon social
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Grazie come sempre alla Blob Agency per il lavoro che svolge per questi nuovi artisti.

lunedì 3 giugno 2019

Intervista a Ren Zen

Tra rock, pop ed elettronica, in un viaggio verso la consapevolezza.
Signore e signori... REN ZEN


Per prima cosa complimenti per il disco: suona bello grosso, bello pieno.
Dove è stato registrato e mixato?

E' stato prodotto da me e 'Canzoni Inedite' nello studio di Vitinia, a Roma. L'ho arrangiato con Marco Di Martino, mentre il mixaggio e la parte grafica sono stati curati assieme a Marco Canigiula. La distribuzione su tutti gli store mondiali è a cura di TSC Records.

Quanto tempo ha richiesto la produzione di tutto?
Un lungo parto direi: quasi tre anni di lavoro considerando il fatto che ho dovuto cambiare in corsa la produzione. Io poi sono un maledetto perfezionista e non sempre trovo professionisti in grado di cogliere al volo le mie idee ed esigenze artistiche... In questi anni, la virtù che ho dovuto coltivare di più fra Musica e Letteratura è senza dubbio la Pazienza.


Solitamente si propone una chiave di lettura quando si scrive una canzone; cosa ti ha fatto scegliere, con i tuoi testi, di proporre un significato, spingendo chi ti ascolta a ricercarlo non nel testo stesso, ma dentro se stessi?
Quando scrivo, mi rivolgo principalmente a me stesso e poi agli altri per testimoniare un'esperienza di vita e per trasmettere le conoscenze apprese in tanti anni di studio e lavoro sull'evoluzione umana: dalla comunicazione efficace all'Intelligenza emotiva, dall'orientamento alla gestione valoriale di un sistema. Tutti argomenti attinenti la Risorsa Umana, di cui oggi si sente davvero tanto bisogno. Dunque, i contenuti nascono dalle mie professioni di formatore e coach, oltre che da anni di meditazione e ricerca personale, di cui l'apice è senz'altro lo Zen. In questo senso, credo che 'Se ascoltassi' sia un'opera utile che, già nel titolo, porta un grande auspicio per la crescita spirituale dell'Umanità. Le mie opere sono sempre da intendere in chiave interattiva.

Sei l'evoluzione nel 2019 di quello che faceva Battiato negli anni 80: sei conscio di questa enorme responsabilità di cui ti sei caricato le spalle?

venerdì 26 aprile 2019

La stravagante quotidianità di una famiglia giramondo

Siamo approdati in un mondo inaspettato, questo è certamente da dire. Influencer, seo specialist, blogger, web analyst, digital personal shopper, Non mi stupirei se in un attimo trovassi inserzioni per guide turistiche nello spazio.

Questo è il mondo, l'evoluzione. Il futuro che volente o nolente ci avvolge e ci cambia.

Abbiamo deciso quindi di incontrare una giovanissima travel blogger per scoprire il "dietro le quinte" di una di queste professioni della nuova era. 


Intervista a Federica Croci, CEO founder #bricioleinvaligia



Chi è Federica Croci?

Federica Croci è un’inguaribile viaggiatrice. Una mamma di “quasi” due nani. Una “quasi” moglie [Ho detto moglie. Aiuto!] di un uomo stravagante e tatuato. Una Graphic Designer per lavoro e per passione. Una ragazza di 28 anni. Si, ho detto ragazza! Sappiate che ogni volta che vengo chiamata “signora” vado a farmi un tatuaggio per superare il disagio.

Com'è nato "Briciole in valigia"


Briciole in valigia nasce circa un anno fa, quasi per caso, durante un viaggio on the road direzione Monaco di Baviera. Eravamo con una coppia di nostri cari amici. Ninni “cantava” nel seggiolino e io raccontavo sognante dei nostri viaggi, passati e futuri. In qual momento la scintilla. In quel momento inizia la nostra avventura. 
Briciole in valigia vuole essere un racconto visivo; una condivisione di momenti, viaggi, esperienze. Vuole raccontare le avventure di una stravagante famiglia che passeggia per il mondo. 

Designer, blogger e mamma. Come convivono queste tre realtà? 

venerdì 29 marzo 2019

SPECIAL - L'arte di giocare di Toshiko Horiuchi


"A creative playground is only half a creative space; it's also a creative attitude."
Jay Beckwith


Toshiko Horiuchi nasce come artista tessile nella scena culturale Giapponese degli anni '60. In quel primo periodo le sue opere sono indubbiamente innovative, suggestive e d'impatto, ma la svolta nel suo lavoro arriva inaspettatamente quando dei bambini chiedono di poter usare una sua realizzazione esposta in una galleria. 

Toshiko cambia radicalmente prospettiva. La sua arte non é più solo concettuale e fine a sé stessa ma diventa fruibile, interattiva e giocabile; la palette dei colori utilizzati passa dai toni neutri, evanescenti, ad un'esplosione di colori che ricorda Gaudì e le moschee del Medio Oriente. 

Non espone più nelle gallerie, ma crea dei veri e propri mondi in cui i bambini possono muoversi liberamente, esplorare e azzardare scalate sorprendenti. 
I suoi playscapes, termine coniato proprio per definire il concetto di paesaggio in cui giocare, si presentano come gigantesche ragnatele multicolori da cui spesso pendono dei fili che terminano in una goccia da cavalcare, sui cui poter dondolare o arrampicarsi. 

L'arte diventa il metodo di realizzazione e non più lo scopo del lavoro. Il filo di nylon, rigorosamente lavorato ad uncinetto da Toshiko, é la materia con cui la creazione prende forme fantastiche dando vita ad ambienti tessili interattivi.

Quando l'arte esce dalle gallerie non puo' che moltiplicare la sua forza espressiva e i bambini, così sensibili al bello, riescono ad appropriarsene naturalmente.


 Scritto da Laura Ferloni
  

giovedì 6 dicembre 2018

Intervista in ROSA!

Gli artisti sono sempre interessanti da intervistare. Nascondo mondi incredibili dietro le loro creazioni. Attirati dal suo mondo "tutto rosa" abbiamo voluto intervistare Clara Battello, che molti di voi già conosceranno come Petit Pois Rose. Un'illustratrice, una grafica... in poche parole un'artista davvero speciale.

Fare un tuffo nel suo mondo tutto colorato e pieno di gatti e unicorni, in questo gelido inverno, ci sembrava un'ottima idea.

Buona lettura!



Chi è Clara Battello?

Clara Battello è una ragazza (sì io avrò sempre 25 anni) a cui piace fare tantissime cose, troppe. Ama follemente i gatti e ha un grosso problema con il colore rosa.
Ogni tanto fa finta di essere una persona seria e di avere un lavoro vero, ma quando poi dice che fa libri per bambini tutto risulta vano.


Com'è iniziato il tuo affascinante e bizzarro percorso creativo?

Ho dei vaghi ricordi sui miei sogni da bambina di disegni di me infermiera e successivamente maestra d’arte.
Ho frequentato l’ISA di Monza con indirizzo di grafica per poi specializzarmi come illustratrice al corso della Scuola del Fumetto di via Savona a Milano.



Dove nasce questa passione per il rosa?

Non ne ho la più pallida idea. Forse è stato una specie di passaggio obbligato. Da piccola sono sempre stata un maschiaccio, odiavo gonne, tulle, abiti e soprautto IL ROSA. Sì non lo sopportavo in nessuna sua forma. Compravo abbigliamento maschile e capelli rigorosamente corti.
Poi verso i 20 anni non so cosa mi è successo ma la passione per il rosa è aumentata, prima con la ricerca di abbigliamento di questo colore (tra l’altro tra ol 99-200 era difficilissimo) poi sono passata ai capelli e non l’ho più lasciato. E’ come se avessi trovato il mio colore guida.

Clara con il suo nuovo libro "My Unicorn World"
Se arrivasse il Ladro di Colori di Gagliardi e Zavřel portasse via il tuo amato rosa dal mondo, cosa faresti?

Sarebbe dura! Il rosa lo associo molto alla mia parte creativa e positiva. Avere i capelli rosa (o di un colore poco “consono”) mi ha aiutata molto nell’imparare che se vuoi una cosa devi sudartela e non mollare. Sembra una cosa molto stupida e vanitosa ma ho passato anni a sentirmi adosso gli sguardi delle persone e i commenti sottovoce (spesso anche urlati) sul mio aspetto esteriore. Ma io, sentendomi a mio agio non ho mai abbandonato me stessa per i giudizi altrui, e questa cosa mi ha rafforzato molto.

Sappiamo che parli il "gattese" dunque non ti chiederemo informazioni a riguardo. Ma, se fossi un gatto, che tipo saresti?

Sì, parlo spesso con i gatti ma loro non fanno finta di non sentirmi.
Sicuro sarei un gatto casalingo, pigro e decisamente grasso, multicolor e forse anche poso coccolone...

Torniamo seri. Quali sono le tue maggiori fonti d’ispirazione?

Le mie fonti sono varie e negli anni cambiano e si modificano. Ho una piccola biblioteca di libri illustrati iniziata quando avevo 20 anni, perciò è da 17 anni che la incremento (i conti fateli voi). Amo i classici come Richard Scarry, kveta pacovska, Maggioni e Grazia Nidasio. Ho una tendenza ad amare tutto quello che arriva dalla Francia come Marc Boutavant e Delphine Durand per poi passare a cose estreme giapponesi come Junko Mizuno. Sono dell’idea che l’ispirazione può arrivare da ogni parte e mi piace molto circondarmi di mondi diversi tra loro.

Quale ritieni sia la tua miglior creazione? Puoi mostrarcela?

Questa domanda è difficile. Forse non è la migliore ma di sicuro la mia preferita, ma perchè sono un po’ fanatica di grafica e di alcune cose, come la quadricromia. Sono le Claratterine pillow big, delle gocce di colore nate per gioco. I colori sono abbinati a degli stati d’animo (giallo - positività ; rosa - dolcezza; azzurro - calma; nero - mistero) ma sono anche i colori della stampa tradizionale CMYK.
Credo che nessuno abbia fatto questa associazione… ma io l’ho pensata!















Per concludere vorremmo farti provare le brezza del "wasabidress".
Tre cose "oggettivamente meritevoli" che potrebbero descrivere al meglio il tuo "abito culturale" (brani, dischi, film, opere d'arte, libri, ricette, luoghi, fumetti).


Arte - il ciclo “cantico dei cantici” di Chagall

Libro - Il giardino segreto di Frances Hodgson Burnett

Film - The Grand Budapest Hotel



Lei era Clara Battello e noi la ringraziamo infinitamente per averci dedicato questo coloratissimo tempo. Ecco i link dove troverete tutte le sue infinite idee/creazioni

http://www.clarabattello.it/

https://www.instagram.com/petitpoisrose/

https://www.facebook.com/petitpoisroseclara/



Intervista a cura di Federica Marta Puglisi

martedì 23 ottobre 2018

Intervista | Un nuovo album per i Twenty Four Hours

Uno di loro vorrebbe vivere nei Trulli di Valle d'Itra e l'altro nell'Inghilterra rurale. Uno adora gli spaghetti con le vongole mentre l'altro mangerebbe chili di polenta col ragù. Queste sfumature contrastanti hanno un nome in comune e questo nome é Twenty Four Hours.

Abbiamo parlato con loro per scoprire cosa c'é dietro a questo Close – Lamb – White – Walls, il loro nuovo e sesto album.




INTERVISTA_

Vene che pulsano prog, distorsioni imponenti, schegge elettro, melodie lisergiche e brani che durano un minutaggio impensabile negli anni 2000.
Eppure si mette play ed è complicatissimo decidere di finire di ascoltarvi: qual è il segreto per far risultare così attuale un sound che come nome (il prog rock) sembrava aver già detto tutto?

martedì 16 ottobre 2018

Intervista a caldo | I Pixel

Intervista ad Andrea Briselli, voce e chitarra de I Pixel, in occasione del B-Art Festival di Milano.

Partiamo parlando del nuovo disco: "Perfettamente inutile" è un titolo bello tosto, due parole che messe assieme creano un bel contrasto.
È un ensemble che definiremmo decadente. Che cosa vuole raccontare questo disco?

Il concetto di assemblare il titolo "Perfettamente inutile", quindi quello di mettere assieme due parole che contrastano fra loro, è una una direzione che abbiamo usato anche nei due EP precedenti. Un nostro marchio di fabbrica sostanzialmente. Il primo EP lo abbiamo chiamato "Niente e subito", il secondo "Mondo vuoto". Non sappiamo ancora se il prossimo disco manterrà il patto con questo concetto, staremo a vedere.
Il titolo è ispirato al Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, o meglio ad una frase contenuta nella prefazione di quel romanzo: "Tutta l'arte è perfettamente inutile". Per noi ha significato questo, che è poi quello che vogliamo trasmettere col titolo di questo album: ogni artista nel suo piccolo deve cercare di creare al meglio delle proprie possibilità, quindi "perfettamente", nonostante l'arte a livello concreto possa essere definita come "inutile", nel senso che nel mondo le cose concrete sono altre, come ad esempio la politica, l'economia...

Il vostro stile testuale comincia ad assumere un'identità più matura e forse più diretta rispetto ai precedenti lavori. Pochi fronzoli, arrivate con parole che sono messe assieme con meticoloso criterio. Ora si intuisce che in voi non c'è più solo la sana voglia di salire su un palco, fare musica e dare al momento quello che arriva ma c'è la virtù di farvi capire al volo anche da chi distrattamente incappa in voi come potrebbe essere stato esempio stasera. Chi vi ascolta la prima volta percepisce al volo che cosa volete dire ed è importante. Questa è una svolta oppure la giusta conseguenza la vostra maturazione?

domenica 16 settembre 2018

Le paranoie a colori | Intervista ai Noir and The Dirty Crayons

"...Potente ma allo stesso tempo ballabile e diretto, il disco d'esordio della band bergamasca è uno spaccato di quotidianità, volutamente esasperato da testi ironici e taglienti in cui sonorità tipicamente rock si intrecciano a partiture pop ed influenze elettroniche."


Lunga ed articolata intervista ai Noir and The Dirty Crayons.  

Paratecnicolor: Nome enigmatico per un album che svaria facendo surf tra colori musicali ed altri. Raccontateci cosa ti è frullato in testa in fase creativa

Paratechnicolor è un disco nato in circa un anno e mezzo di lavoro, racchiude, in sostanza la descrizione di un periodo della mia vita particolarmente complesso.Questa complessità si riflette, naturalmente, in ogni aspetto di questo disco, dal sound, alle grafiche.


Come hai sottolineato, quest’album fa surf tra varie sfaccettature e colori, a partire dal titolo stesso, che nasce da una domanda, “le paranoie, te le fai a colori o in bianco e nero?” Le mie sono a colori. Tutto nasce da questa frase, il “core” creativo dell’intero album è racchiuso li dentro.

Paratechnicolor puo’ essere visto, ed ascoltato, come un viaggio dentro uno spaccato di vita quotidiana di una generazione che è stata tradita, da tutto e da tutti.

Faccio parte di quella generazione che, forse, più delle altre, è sopravvissuta a se stessa, ai propri eccessi, ai propri problemi. A mio avviso, questo si sente all’interno di ogni singolo brano di questo lavoro,

Nostro personalissimo parere - in questo c'è un sound rock elettro che troppo presto si è perso nei primi anni 90 e che poteva essere un bel marchio di fabbrica per una rinascita di originalità tutta nostrana. È un caso che hai composto I brani con questo sound oppure possiamo stare tranquilli e sperare che si ritorni a respirare quest'aria deliziosa anche nei prossimi vostri lavori?

Nulla è casuale in questo lavoro. Tutto è stato studiato, intervenendo in modo quasi ossessivo sui dettagli.

Ho passato mesi a studiare,

domenica 9 settembre 2018

Soprattutto se piove

Aspettando "Better Call Saul" che Netflix fa gentilmente sudare snocciolando gelosamente una nuova puntata a settimana, finisci per imbattermi in "serie tv" a caso. I famosi play premuti solo per noia, soprattutto se piove.

Pronto quindi ad una nuova visione, con alle spalle grandi e deludenti serie tv che ti hanno in qualche modo rubato le tue ore serali, finisci con bassissime aspettative e nessuna pretesa.

Ecco qui la sorpresa, non tanto per le storie, per gli attori, ne forse nemmeno per la fotografia... ma per la colonna sonora che blocca letteralmente il respiro. Una colonna sonora che descrive perfettamente la sensazione nell'istante in cui la stai provando. Un uragano che commuove, sgretola e distrugge. Un vortice che conduce al dolore con sublime concretezza. Ecco qui il colpo basso.

E' incredibile come a volte la musica basti. E' incredibile come renda tutto più completo, più inserito. Lì. Perfettamente calzante con i volti, le situazioni, le sensazioni e i sentimenti. Senti il vento soffiare tra le case, senti l'odore del mare, senti le lacrime scendere sul viso.  

Che Ólafur Arnalds fosse un artista incredibile era già molto chiaro, ma questa colonna sonora, vincitrice non per altro del premio Bafta nel 2014, ne é davvero la degna cornice.

Chris Chibnall, ideatore della serie tv "Broadchurch", ha fatto una scelta di grande intuito e sensibilità. Concludendo, merita di essere "vista" per essere davvero ascoltata.

Buona visione.

Scritto da Federica Marta Puglisi

giovedì 6 settembre 2018

Intervista in chiave punk | The Twinkles

Attivi da oltre 20 anni eccoli con un nuovo album. Wasabidress non poteva che fare due chiacchiere con loro. 

Signori e signori ecco a voi i The Twinkles, sempre adorni del loro puro punk rock di marca settantina.

I The Twinkles e l'uscita di un album punk rock nel 2018, così anacronistica come cosa da essere veramente un atto punk: cosa trovate ancora nella scena punk rock rispetto a quando avete iniziato, se non andiamo errati, 22 anni fa?

Hai totalmente ragione, l’uscita di “We come along” è un atto punk nel 2018. Credo che la scena oggi sia ancora buona e ci siano nuove e valide band che si sbattono a mille. L’unica differenza rispetto a fine anni 90 è che non ci sono gruppi mainstream di “moda” come era allora, vedi Green Day o Offspring. Manca il traino che c’era all’epoca ma non importa, avanti tutta come appunto recita il nostro brano “We come along”.

Suonate in lungo e in largo tra Italia ed estero, cosa trovate di diverso tra le varie realtà in cui avete suonato? Intendiamo come accoglienza, professionalità, pubblico, cibo, groupies...

Purtroppo devo dire che il nord Europa, Germania in primis, è avanti anni luce rispetto all’Italia proprio in riferimento ai punti che hai elencato: accoglienza, professionalità, pubblico, cibo. Le band sono considerate protagoniste, non come arredamento. Ahimè, le groupies ormai non esistono più.

Il vostro nuovo album si chiama "We come along"... cosa nasconde questa scelta?

martedì 12 giugno 2018

SPECIAL - Art-o-mat, il distributore automatico di Opere d'Arte

Da una singolare idea dell’artista americano Clark Whittington nasce Art-o-mat, una serie di vecchie macchinette per la vendita automatica di sigarette riconvertite in distributori di opere d’arte. 

Un modo semplice ed estremamente originale che permette ai giovani artisti emergenti di avere una maggiore visibilità e, a chi compra, di collezionare vere e proprie opere d’arte ad un costo estremamente contenuto. 

Le opere proposte sono di vario genere; acquerelli, sculture in argilla, in legno, addirittura fotografie. Le loro dimensioni non devono superare quelle di un normale pacchetto di sigarette!

Il fatto poi che sia possibile selezionare il nome dell’artista, senza però poter scegliere l’opera da acquistare dona al tutto un fascino ancor più particolare. 

Clark Whittington è sempre stato attratto dagli oggetti e dalle storie che essi raccontano tanto da incoraggiare le persone a considerare queste opere d’arte come semplici figurine da scambiare con gli amici afffinché questa loro capacità narrativa non si esaurisca mai.

La prima Art-o-mat fu installata da Whittington nel giugno del 1997 in un caffè della cittadina di Winston-Salem, N.C. per essere poi smantellata nel luglio dello stesso anno, ma alla proprietaria del locale l’idea piacque così tanto da richiedere che la macchinetta le fosse lasciata in modo permanente. 

Fu in quel momento che Clark per far si che il suo progetto continuasse, iniziò la collaborazione con altri artisti.

Attualmente è possibile trovare più di 100 di questi “Distributori di Opere d’Arte” in tutti gli Stati Uniti, nonché una in Australia, in Inghilterra e a Vienna.


Scritto da Laura Baschirotto

giovedì 24 maggio 2018

Daniel Mendoza | L'intervista di wasabidress

- Chi è Daniel Mendoza?

Una persona che un giorno è stata rapita dalla musica rap. 

Sono cresciuto in periferia, borgata Romanina nello specifico. Quelle vie (oggi purtroppo note alle cronache) hanno sempre offerto poco. 

In adolescenza si respirava un aria di isolamento e il rap mi ha dato un nuovo nome ma soprattutto una motivazione.

- Com'è iniziata la tua vita da rapper?

Quando ti avvicini come ascoltatore ad un genere che all'epoca era considerato nuovo, il passo successivo di "provarci" è breve. Con qualche amico di zona abbiamo iniziato a scrivere le prime rime studiando chi ci aveva preceduto negli States e in Italia. 

Prima di incidere qualcosa ho fatto tantissimi live passando da situazioni da 1000 persone a bettole con 5 cristiani che ti guardavano come fossi un alieno. Negli anni mi sono completato avendo la fortuna di fare un'infinità di esperienze.

Collaborando e confrontandomi con tantissimi artisti e musicisti che mi hanno arricchito nel tempo. Iniziando ero più sognatore, ora sono più razionale. Molto è cambiato ma sono ancora qui. Sono un sopravvissuto.

mercoledì 16 maggio 2018

SPECIAL - La Record Booth di Jack White

"Ci sono cose che sembrano create a caso. Ma non lo sono; non lo sono affatto." 
Jack White


Neil Young nella Record Booth
John Anthony Gillis, in arte Jack White, nasceva a Detroit il 9 Luglio del 1975 dopo ben 9 fratelli. Sangue misto di origini scozzesi, canadesi e polacche e membro indiscusso del duo rock The White Stripes; dal 2013 é qualcosa di molto di più.

In occasione del Record Store Day ha inaugurato la Record Booth nel suo negozio a Nashville. Una piccola cabina di legno dove si può entrare a registrare un pezzo. La cosa straordinaria è che il pezzo in questione viene istantaneamente inciso su un piccolo vinile trasparente di sei pollici.

Riassumendo: si entra, si registra e si attende... come fuori da una macchinetta per le fototessere. 

Dichiarare l'idea come geniale è quasi poco. Ogni musicista, con questa idea, avrà una demo autentica registrata live come biglietto da visita.

Cosa ci si poteva aspettare da un personaggio che possiede un trio di chitarre da collezione chiamate Le ragazze di JackNulla di apparentemente a caso.

Scritto da Federica Marta Puglisi