venerdì 26 aprile 2019

La stravagante quotidianità di una famiglia giramondo

Siamo approdati in un mondo inaspettato, questo è certamente da dire. Influencer, seo specialist, blogger, web analyst, digital personal shopper, Non mi stupirei se in un attimo trovassi inserzioni per guide turistiche nello spazio.

Questo è il mondo, l'evoluzione. Il futuro che volente o nolente ci avvolge e ci cambia.

Abbiamo deciso quindi di incontrare una giovanissima travel blogger per scoprire il "dietro le quinte" di una di queste professioni della nuova era. 


Intervista a Federica Croci, CEO founder #bricioleinvaligia



Chi è Federica Croci?

Federica Croci è un’inguaribile viaggiatrice. Una mamma di “quasi” due nani. Una “quasi” moglie [Ho detto moglie. Aiuto!] di un uomo stravagante e tatuato. Una Graphic Designer per lavoro e per passione. Una ragazza di 28 anni. Si, ho detto ragazza! Sappiate che ogni volta che vengo chiamata “signora” vado a farmi un tatuaggio per superare il disagio.

Com'è nato "Briciole in valigia"


Briciole in valigia nasce circa un anno fa, quasi per caso, durante un viaggio on the road direzione Monaco di Baviera. Eravamo con una coppia di nostri cari amici. Ninni “cantava” nel seggiolino e io raccontavo sognante dei nostri viaggi, passati e futuri. In qual momento la scintilla. In quel momento inizia la nostra avventura. 
Briciole in valigia vuole essere un racconto visivo; una condivisione di momenti, viaggi, esperienze. Vuole raccontare le avventure di una stravagante famiglia che passeggia per il mondo. 

Designer, blogger e mamma. Come convivono queste tre realtà? 

venerdì 29 marzo 2019

SPECIAL - L'arte di giocare di Toshiko Horiuchi


"A creative playground is only half a creative space; it's also a creative attitude."
Jay Beckwith


Toshiko Horiuchi nasce come artista tessile nella scena culturale Giapponese degli anni '60. In quel primo periodo le sue opere sono indubbiamente innovative, suggestive e d'impatto, ma la svolta nel suo lavoro arriva inaspettatamente quando dei bambini chiedono di poter usare una sua realizzazione esposta in una galleria. 

Toshiko cambia radicalmente prospettiva. La sua arte non é più solo concettuale e fine a sé stessa ma diventa fruibile, interattiva e giocabile; la palette dei colori utilizzati passa dai toni neutri, evanescenti, ad un'esplosione di colori che ricorda Gaudì e le moschee del Medio Oriente. 

Non espone più nelle gallerie, ma crea dei veri e propri mondi in cui i bambini possono muoversi liberamente, esplorare e azzardare scalate sorprendenti. 
I suoi playscapes, termine coniato proprio per definire il concetto di paesaggio in cui giocare, si presentano come gigantesche ragnatele multicolori da cui spesso pendono dei fili che terminano in una goccia da cavalcare, sui cui poter dondolare o arrampicarsi. 

L'arte diventa il metodo di realizzazione e non più lo scopo del lavoro. Il filo di nylon, rigorosamente lavorato ad uncinetto da Toshiko, é la materia con cui la creazione prende forme fantastiche dando vita ad ambienti tessili interattivi.

Quando l'arte esce dalle gallerie non puo' che moltiplicare la sua forza espressiva e i bambini, così sensibili al bello, riescono ad appropriarsene naturalmente.


 Scritto da Laura Ferloni
  

giovedì 6 dicembre 2018

Intervista in ROSA!

Gli artisti sono sempre interessanti da intervistare. Nascondo mondi incredibili dietro le loro creazioni. Attirati dal suo mondo "tutto rosa" abbiamo voluto intervistare Clara Battello, che molti di voi già conosceranno come Petit Pois Rose. Un'illustratrice, una grafica... in poche parole un'artista davvero speciale.

Fare un tuffo nel suo mondo tutto colorato e pieno di gatti e unicorni, in questo gelido inverno, ci sembrava un'ottima idea.

Buona lettura!



Chi è Clara Battello?

Clara Battello è una ragazza (sì io avrò sempre 25 anni) a cui piace fare tantissime cose, troppe. Ama follemente i gatti e ha un grosso problema con il colore rosa.
Ogni tanto fa finta di essere una persona seria e di avere un lavoro vero, ma quando poi dice che fa libri per bambini tutto risulta vano.


Com'è iniziato il tuo affascinante e bizzarro percorso creativo?

Ho dei vaghi ricordi sui miei sogni da bambina di disegni di me infermiera e successivamente maestra d’arte.
Ho frequentato l’ISA di Monza con indirizzo di grafica per poi specializzarmi come illustratrice al corso della Scuola del Fumetto di via Savona a Milano.



Dove nasce questa passione per il rosa?

Non ne ho la più pallida idea. Forse è stato una specie di passaggio obbligato. Da piccola sono sempre stata un maschiaccio, odiavo gonne, tulle, abiti e soprautto IL ROSA. Sì non lo sopportavo in nessuna sua forma. Compravo abbigliamento maschile e capelli rigorosamente corti.
Poi verso i 20 anni non so cosa mi è successo ma la passione per il rosa è aumentata, prima con la ricerca di abbigliamento di questo colore (tra l’altro tra ol 99-200 era difficilissimo) poi sono passata ai capelli e non l’ho più lasciato. E’ come se avessi trovato il mio colore guida.

Clara con il suo nuovo libro "My Unicorn World"
Se arrivasse il Ladro di Colori di Gagliardi e Zavřel portasse via il tuo amato rosa dal mondo, cosa faresti?

Sarebbe dura! Il rosa lo associo molto alla mia parte creativa e positiva. Avere i capelli rosa (o di un colore poco “consono”) mi ha aiutata molto nell’imparare che se vuoi una cosa devi sudartela e non mollare. Sembra una cosa molto stupida e vanitosa ma ho passato anni a sentirmi adosso gli sguardi delle persone e i commenti sottovoce (spesso anche urlati) sul mio aspetto esteriore. Ma io, sentendomi a mio agio non ho mai abbandonato me stessa per i giudizi altrui, e questa cosa mi ha rafforzato molto.

Sappiamo che parli il "gattese" dunque non ti chiederemo informazioni a riguardo. Ma, se fossi un gatto, che tipo saresti?

Sì, parlo spesso con i gatti ma loro non fanno finta di non sentirmi.
Sicuro sarei un gatto casalingo, pigro e decisamente grasso, multicolor e forse anche poso coccolone...

Torniamo seri. Quali sono le tue maggiori fonti d’ispirazione?

Le mie fonti sono varie e negli anni cambiano e si modificano. Ho una piccola biblioteca di libri illustrati iniziata quando avevo 20 anni, perciò è da 17 anni che la incremento (i conti fateli voi). Amo i classici come Richard Scarry, kveta pacovska, Maggioni e Grazia Nidasio. Ho una tendenza ad amare tutto quello che arriva dalla Francia come Marc Boutavant e Delphine Durand per poi passare a cose estreme giapponesi come Junko Mizuno. Sono dell’idea che l’ispirazione può arrivare da ogni parte e mi piace molto circondarmi di mondi diversi tra loro.

Quale ritieni sia la tua miglior creazione? Puoi mostrarcela?

Questa domanda è difficile. Forse non è la migliore ma di sicuro la mia preferita, ma perchè sono un po’ fanatica di grafica e di alcune cose, come la quadricromia. Sono le Claratterine pillow big, delle gocce di colore nate per gioco. I colori sono abbinati a degli stati d’animo (giallo - positività ; rosa - dolcezza; azzurro - calma; nero - mistero) ma sono anche i colori della stampa tradizionale CMYK.
Credo che nessuno abbia fatto questa associazione… ma io l’ho pensata!















Per concludere vorremmo farti provare le brezza del "wasabidress".
Tre cose "oggettivamente meritevoli" che potrebbero descrivere al meglio il tuo "abito culturale" (brani, dischi, film, opere d'arte, libri, ricette, luoghi, fumetti).


Arte - il ciclo “cantico dei cantici” di Chagall

Libro - Il giardino segreto di Frances Hodgson Burnett

Film - The Grand Budapest Hotel



Lei era Clara Battello e noi la ringraziamo infinitamente per averci dedicato questo coloratissimo tempo. Ecco i link dove troverete tutte le sue infinite idee/creazioni

http://www.clarabattello.it/

https://www.instagram.com/petitpoisrose/

https://www.facebook.com/petitpoisroseclara/



Intervista a cura di Federica Marta Puglisi

martedì 23 ottobre 2018

Intervista | Un nuovo album per i Twenty Four Hours

Uno di loro vorrebbe vivere nei Trulli di Valle d'Itra e l'altro nell'Inghilterra rurale. Uno adora gli spaghetti con le vongole mentre l'altro mangerebbe chili di polenta col ragù. Queste sfumature contrastanti hanno un nome in comune e questo nome é Twenty Four Hours.

Abbiamo parlato con loro per scoprire cosa c'é dietro a questo Close – Lamb – White – Walls, il loro nuovo e sesto album.




INTERVISTA_

Vene che pulsano prog, distorsioni imponenti, schegge elettro, melodie lisergiche e brani che durano un minutaggio impensabile negli anni 2000.
Eppure si mette play ed è complicatissimo decidere di finire di ascoltarvi: qual è il segreto per far risultare così attuale un sound che come nome (il prog rock) sembrava aver già detto tutto?

martedì 16 ottobre 2018

Intervista a caldo | I Pixel

Intervista ad Andrea Briselli, voce e chitarra de I Pixel, in occasione del B-Art Festival di Milano.

Partiamo parlando del nuovo disco: "Perfettamente inutile" è un titolo bello tosto, due parole che messe assieme creano un bel contrasto.
È un ensemble che definiremmo decadente. Che cosa vuole raccontare questo disco?

Il concetto di assemblare il titolo "Perfettamente inutile", quindi quello di mettere assieme due parole che contrastano fra loro, è una una direzione che abbiamo usato anche nei due EP precedenti. Un nostro marchio di fabbrica sostanzialmente. Il primo EP lo abbiamo chiamato "Niente e subito", il secondo "Mondo vuoto". Non sappiamo ancora se il prossimo disco manterrà il patto con questo concetto, staremo a vedere.
Il titolo è ispirato al Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, o meglio ad una frase contenuta nella prefazione di quel romanzo: "Tutta l'arte è perfettamente inutile". Per noi ha significato questo, che è poi quello che vogliamo trasmettere col titolo di questo album: ogni artista nel suo piccolo deve cercare di creare al meglio delle proprie possibilità, quindi "perfettamente", nonostante l'arte a livello concreto possa essere definita come "inutile", nel senso che nel mondo le cose concrete sono altre, come ad esempio la politica, l'economia...

Il vostro stile testuale comincia ad assumere un'identità più matura e forse più diretta rispetto ai precedenti lavori. Pochi fronzoli, arrivate con parole che sono messe assieme con meticoloso criterio. Ora si intuisce che in voi non c'è più solo la sana voglia di salire su un palco, fare musica e dare al momento quello che arriva ma c'è la virtù di farvi capire al volo anche da chi distrattamente incappa in voi come potrebbe essere stato esempio stasera. Chi vi ascolta la prima volta percepisce al volo che cosa volete dire ed è importante. Questa è una svolta oppure la giusta conseguenza la vostra maturazione?

domenica 16 settembre 2018

Le paranoie a colori | Intervista ai Noir and The Dirty Crayons

"...Potente ma allo stesso tempo ballabile e diretto, il disco d'esordio della band bergamasca è uno spaccato di quotidianità, volutamente esasperato da testi ironici e taglienti in cui sonorità tipicamente rock si intrecciano a partiture pop ed influenze elettroniche."


Lunga ed articolata intervista ai Noir and The Dirty Crayons.  

Paratecnicolor: Nome enigmatico per un album che svaria facendo surf tra colori musicali ed altri. Raccontateci cosa ti è frullato in testa in fase creativa

Paratechnicolor è un disco nato in circa un anno e mezzo di lavoro, racchiude, in sostanza la descrizione di un periodo della mia vita particolarmente complesso.Questa complessità si riflette, naturalmente, in ogni aspetto di questo disco, dal sound, alle grafiche.


Come hai sottolineato, quest’album fa surf tra varie sfaccettature e colori, a partire dal titolo stesso, che nasce da una domanda, “le paranoie, te le fai a colori o in bianco e nero?” Le mie sono a colori. Tutto nasce da questa frase, il “core” creativo dell’intero album è racchiuso li dentro.

Paratechnicolor puo’ essere visto, ed ascoltato, come un viaggio dentro uno spaccato di vita quotidiana di una generazione che è stata tradita, da tutto e da tutti.

Faccio parte di quella generazione che, forse, più delle altre, è sopravvissuta a se stessa, ai propri eccessi, ai propri problemi. A mio avviso, questo si sente all’interno di ogni singolo brano di questo lavoro,

Nostro personalissimo parere - in questo c'è un sound rock elettro che troppo presto si è perso nei primi anni 90 e che poteva essere un bel marchio di fabbrica per una rinascita di originalità tutta nostrana. È un caso che hai composto I brani con questo sound oppure possiamo stare tranquilli e sperare che si ritorni a respirare quest'aria deliziosa anche nei prossimi vostri lavori?

Nulla è casuale in questo lavoro. Tutto è stato studiato, intervenendo in modo quasi ossessivo sui dettagli.

Ho passato mesi a studiare,

domenica 9 settembre 2018

Soprattutto se piove

Aspettando "Better Call Saul" che Netflix fa gentilmente sudare snocciolando gelosamente una nuova puntata a settimana, finisci per imbattermi in "serie tv" a caso. I famosi play premuti solo per noia, soprattutto se piove.

Pronto quindi ad una nuova visione, con alle spalle grandi e deludenti serie tv che ti hanno in qualche modo rubato le tue ore serali, finisci con bassissime aspettative e nessuna pretesa.

Ecco qui la sorpresa, non tanto per le storie, per gli attori, ne forse nemmeno per la fotografia... ma per la colonna sonora che blocca letteralmente il respiro. Una colonna sonora che descrive perfettamente la sensazione nell'istante in cui la stai provando. Un uragano che commuove, sgretola e distrugge. Un vortice che conduce al dolore con sublime concretezza. Ecco qui il colpo basso.

E' incredibile come a volte la musica basti. E' incredibile come renda tutto più completo, più inserito. Lì. Perfettamente calzante con i volti, le situazioni, le sensazioni e i sentimenti. Senti il vento soffiare tra le case, senti l'odore del mare, senti le lacrime scendere sul viso.  

Che Ólafur Arnalds fosse un artista incredibile era già molto chiaro, ma questa colonna sonora, vincitrice non per altro del premio Bafta nel 2014, ne é davvero la degna cornice.

Chris Chibnall, ideatore della serie tv "Broadchurch", ha fatto una scelta di grande intuito e sensibilità. Concludendo, merita di essere "vista" per essere davvero ascoltata.

Buona visione.

Scritto da Federica Marta Puglisi

giovedì 6 settembre 2018

Intervista in chiave punk | The Twinkles

Attivi da oltre 20 anni eccoli con un nuovo album. Wasabidress non poteva che fare due chiacchiere con loro. 

Signori e signori ecco a voi i The Twinkles, sempre adorni del loro puro punk rock di marca settantina.

I The Twinkles e l'uscita di un album punk rock nel 2018, così anacronistica come cosa da essere veramente un atto punk: cosa trovate ancora nella scena punk rock rispetto a quando avete iniziato, se non andiamo errati, 22 anni fa?

Hai totalmente ragione, l’uscita di “We come along” è un atto punk nel 2018. Credo che la scena oggi sia ancora buona e ci siano nuove e valide band che si sbattono a mille. L’unica differenza rispetto a fine anni 90 è che non ci sono gruppi mainstream di “moda” come era allora, vedi Green Day o Offspring. Manca il traino che c’era all’epoca ma non importa, avanti tutta come appunto recita il nostro brano “We come along”.

Suonate in lungo e in largo tra Italia ed estero, cosa trovate di diverso tra le varie realtà in cui avete suonato? Intendiamo come accoglienza, professionalità, pubblico, cibo, groupies...

Purtroppo devo dire che il nord Europa, Germania in primis, è avanti anni luce rispetto all’Italia proprio in riferimento ai punti che hai elencato: accoglienza, professionalità, pubblico, cibo. Le band sono considerate protagoniste, non come arredamento. Ahimè, le groupies ormai non esistono più.

Il vostro nuovo album si chiama "We come along"... cosa nasconde questa scelta?

martedì 12 giugno 2018

SPECIAL - Art-o-mat, il distributore automatico di Opere d'Arte

Da una singolare idea dell’artista americano Clark Whittington nasce Art-o-mat, una serie di vecchie macchinette per la vendita automatica di sigarette riconvertite in distributori di opere d’arte. 

Un modo semplice ed estremamente originale che permette ai giovani artisti emergenti di avere una maggiore visibilità e, a chi compra, di collezionare vere e proprie opere d’arte ad un costo estremamente contenuto. 

Le opere proposte sono di vario genere; acquerelli, sculture in argilla, in legno, addirittura fotografie. Le loro dimensioni non devono superare quelle di un normale pacchetto di sigarette!

Il fatto poi che sia possibile selezionare il nome dell’artista, senza però poter scegliere l’opera da acquistare dona al tutto un fascino ancor più particolare. 

Clark Whittington è sempre stato attratto dagli oggetti e dalle storie che essi raccontano tanto da incoraggiare le persone a considerare queste opere d’arte come semplici figurine da scambiare con gli amici afffinché questa loro capacità narrativa non si esaurisca mai.

La prima Art-o-mat fu installata da Whittington nel giugno del 1997 in un caffè della cittadina di Winston-Salem, N.C. per essere poi smantellata nel luglio dello stesso anno, ma alla proprietaria del locale l’idea piacque così tanto da richiedere che la macchinetta le fosse lasciata in modo permanente. 

Fu in quel momento che Clark per far si che il suo progetto continuasse, iniziò la collaborazione con altri artisti.

Attualmente è possibile trovare più di 100 di questi “Distributori di Opere d’Arte” in tutti gli Stati Uniti, nonché una in Australia, in Inghilterra e a Vienna.


Scritto da Laura Baschirotto

giovedì 24 maggio 2018

Daniel Mendoza | L'intervista di wasabidress

- Chi è Daniel Mendoza?

Una persona che un giorno è stata rapita dalla musica rap. 

Sono cresciuto in periferia, borgata Romanina nello specifico. Quelle vie (oggi purtroppo note alle cronache) hanno sempre offerto poco. 

In adolescenza si respirava un aria di isolamento e il rap mi ha dato un nuovo nome ma soprattutto una motivazione.

- Com'è iniziata la tua vita da rapper?

Quando ti avvicini come ascoltatore ad un genere che all'epoca era considerato nuovo, il passo successivo di "provarci" è breve. Con qualche amico di zona abbiamo iniziato a scrivere le prime rime studiando chi ci aveva preceduto negli States e in Italia. 

Prima di incidere qualcosa ho fatto tantissimi live passando da situazioni da 1000 persone a bettole con 5 cristiani che ti guardavano come fossi un alieno. Negli anni mi sono completato avendo la fortuna di fare un'infinità di esperienze.

Collaborando e confrontandomi con tantissimi artisti e musicisti che mi hanno arricchito nel tempo. Iniziando ero più sognatore, ora sono più razionale. Molto è cambiato ma sono ancora qui. Sono un sopravvissuto.

mercoledì 16 maggio 2018

SPECIAL - La Record Booth di Jack White

"Ci sono cose che sembrano create a caso. Ma non lo sono; non lo sono affatto." 
Jack White


Neil Young nella Record Booth
John Anthony Gillis, in arte Jack White, nasceva a Detroit il 9 Luglio del 1975 dopo ben 9 fratelli. Sangue misto di origini scozzesi, canadesi e polacche e membro indiscusso del duo rock The White Stripes; dal 2013 é qualcosa di molto di più.

In occasione del Record Store Day ha inaugurato la Record Booth nel suo negozio a Nashville. Una piccola cabina di legno dove si può entrare a registrare un pezzo. La cosa straordinaria è che il pezzo in questione viene istantaneamente inciso su un piccolo vinile trasparente di sei pollici.

Riassumendo: si entra, si registra e si attende... come fuori da una macchinetta per le fototessere. 

Dichiarare l'idea come geniale è quasi poco. Ogni musicista, con questa idea, avrà una demo autentica registrata live come biglietto da visita.

Cosa ci si poteva aspettare da un personaggio che possiede un trio di chitarre da collezione chiamate Le ragazze di JackNulla di apparentemente a caso.

Scritto da Federica Marta Puglisi

domenica 22 aprile 2018

Elephant Gun dei Beirut

Link diretto al video: Elephant Gun - Beirut
Zachary Francis Condon, nato a Santa Fe nel 1986, inizia la sua ricerca musicale molto presto, in seguito ad una vacanza in Europa, che lo avvicina ad un folk balcanico e apre la sue prospettive ad un viaggio mentale continuo tra passato e futuro. 

Nascono così i Beirut, partendo da un suo progetto solista, in cui Condon riesce finalmente ad elaborare quella "congiunzione" che si riconosce ancora oggi in questa band. 

"Estremamente creativi ma con radici ben salde in quei suoni totem che li caratterizzano." 

Il primo video ufficiale dei Beirut é proprio Elephant Gun, diretto da Alma Har'el. Brano contenuto nell'EP "Lon Gisland" della Ba Da Bing Records del 2007.

E' il loro singolo per eccellenza in cui la malinconia riesce a travestirsi d'impaziente felicità, ondeggiando in un valzer dal profumo zingaresco. Tra fiati, ritmiche scatenate ed una dimensione bandistica corale, quattro accordi di ukulele riescono a ripetersi, ripetersi e ripetersi ancora, in una nostalgia così potente da farci sorridere con le lacrime agli occhi. 

Surreale, triste ma allo stesso tempo grottesca; dai colori gitani e dagli accenti vivaci, in cui non resta che lasciarsi trasportare da quella voce che sembra pregarci di non smettere di ballare. 

Come alla fine di una meravigliosa festa, in quell'immaginario collettivo dove affiorano i ricordi che il video di Har'el descrive perfettamente.


"Elephant Gun dei Beirut"
Scritto da Federica Marta Puglisi




Il Wasabi Dress di "Elephant Gun":



Granada é un viaggio sensoriale, un itineraro tra profumo di gelsomino e di the alla menta, di luce abbagliante e di tiepide penombre, di silenzio contemplativo e di voci concitate.
Granada é un poliedro le cui facce si specchiano, si contrappongono, si fondono in una città bellissima che sa di un oriente che viene dal passato.
La cittadella dell'Alhambra da sola vale il viaggio con i suoi giardini da cui si domina tutta la città, con le sue architetture moresche, la pietra lavorata come pizzo, il profumo dei fiori d'arancio.
Il quartiere del Sacromonte, da cui si ha la miglior vista sull'Alhambra, é la sede della comunità gitana che vive all'interno delle cuevas, appartamenti ricavati all'interno delle grotte che si inoltrano alla base della collina.
Lasciando l'eco del flamenco e seguendo il Rio Darro in direzione della Cattedrale si incontrano i Bagni Arabi, un luogo magico, suggestivo e poco frequentato.
L'Albaycin, il vecchio quartiere arabo con le stradine strette, le case bianche, le piazze piene di fiori é il posto migliore per un aperitivo con vista sull'Alhambra.
Seguendo la traccia delle suggestioni orientali ci si può inoltrare nelle vie attorno alla Calle Calderia Nueva dove moltissime sale da the offrono dolcetti arabi, the alla menta e limonana.
Granada accoglie alcuni tra i migliori hamam al di fuori del medioriente, uno tra tutti www.Aljibesanmiguel.es per un'autentica esperienza moresca.
Per un approccio più contemporaneo alla città si possono seguire le tracce colorate, surreali, intense di Raul Ruiz conosciuto anche come El niño de la Pintura. Animali fiabeschi, bambini, volti di donna colorano muri e serrande del quartiere di Realejo.

* Voli Easyjet a/r  da Milano per Malaga  da 70 € - Noleggio auto da 25 €/giorno su Rentalcars - Appartamento in una cueva su Airbnb da 70 €



Ricetta - Dates Mamoul

Ingredienti:
1 bicchiere di farina bianca 00
1 bicchiere di semola a grana media *
1 bicchiere di burro fuso
1/4 di bicchiere di acqua di fiori d'arancio
1 cucchiaino di noce moscata
1 cucchiaino di mehlab *
100 g di pasta di datteri *
zucchero a velo
1 cucchiaino di cannella

* nei supermercati etnici



Impastare la farina 00, la semola, il burro fuso, le spezie e l'acqua di fiori d'arancio. Il composto dovrà risultare molto morbido, ma si dovrà staccare perfettamente dai bordi della ciotola. Trasferire l'impasto in frigo per almeno 8 ore. Una volta tolto il composto dal frigo impastare energicamente la pasta di datteri con un cucchiaino scarso di cannella e un pezzetto di burro fino ad ottenere una pasta duttile. Formare delle palline delle dimensioni di una noce con il composto di semola, creare un incavo al centro, inserire una pallina di pasta di datteri e richiudere formando nuovamente una pallina. Schiacciare leggermente la pallina di pasta ora ripiena, infornare per circa 20/25 minuti a 180 gradi. Una volta raffreddati spolverizzare i mamoul con dello zucchero a velo e servire con del the alla menta.


"Granada e Dates Mamoul"
Scritto da Laura Ferloni




"La musica non è fatta solo di note corrette, 

ma di passione, dedizione, intenzione travolgente."

Giovanni Allevi, La musica in testa, 2008

giovedì 22 marzo 2018

Intervista ai Safari

Sonorità rock talvolta punk fanno da sfondo a testi in italiano. Chitarre distorte, bassi saturi e ritmiche nervose li caratterizzano.  Nel luglio 2017 il primo Ep "La Gente Non Sta Bene" 4 tracce prodotte da Manu Fusaroli. Del singolo che da il nome al disco anche un video, un bel video. 

Sembrano un po' matti e decisamente sopra le righe ma noi li abbiamo trovati  incredibilmente bravi.

Signore e signori... i Safari. 
Buona lettura!

Chi sono i Safari? 
Bella domanda, ce lo chiediamo spesso anche noi. Siamo tre ragazzi che non sapendo bene dove stare in questo mondo si rinchiudono in una saletta a Genova Borzoli, un ex-mattonificio, e suonano quello che gli passa per la testa, musica grezza e diretta. No, a parte gli scherzi, andiamo anche in giro ad ubriacarci ogni tanto. 

In "solo l'amore ci salverà" c'è un refrain che dice "e io continuo a confondere I colori, mentre alternano stagioni"...se doveste dire di che colore è il vostro album, quale scegliereste? 
Assolutamente rosso; è il colore principale della copertina dell’album, disegnata da Matteo Anselmo, artista genovese pazzerello come noi. 

I testi dei Safari: introspezione mischiata a spaccati sociali, bella storia, ma...come vi salta in mente di accostare intimismo e analisi contemporanea nello stesso testo? 
C'è una grande riflessione e ci piace molto, siamo curiosi di sapere come vi viene! 
In realtà la riflessione la crea proprio il sistema in cui viviamo. Se uno riesce a non farsi lobotomizzare da questo sistema folle, e non crede ai suoi principi fondanti, allora è costretto a pensare. E se pensa, capisce che questo sistema non ha senso, e cerca una valvola di sfogo, che sia anche un mezzo per comunicare e per evidenziare le assurdità che si vedono e si sentono in giro. La musica è il mezzo che noi usiamo per comunicare tutte queste cose. 

Il sound di questo disco poggia su queste due basi, a nostro avviso: ottima capacità esecutiva, un buon lavoro mix/master e degli arrangiamenti che riportano ad un rock che in Italia non si sente quasi più (lacrimuccia nostra di nostalgia). Raccontateci come nasce "la gente non sta bene", dalla selezione dei pezzi, alle registrazioni, alla produzione finale. 
La frase “arrangiamenti che riportano ad un rock che in Italia non si sente quasi più” è una delle cose più belle che ci siano mai state dette, per cui intanto vi diciamo grazie e ci asciughiamo anche noi le lacrimucce. La Gente Non Sta Bene nasce dalla testa e chitarra di quello squilibrato del nostro cantante e chitarrista Davide Logozzo, che ha concepito i pezzi e li ha fatti crescere in saletta insieme alla batteria di Daniele e al basso di Sergio. Alcuni pezzi esistevano in forma più grezza già da un po’ di tempo, altri sono più nuovi. Per caso siamo riusciti a contattare Manu “Max Stirner” Fusaroli, tramite i Voina che ci hanno fatto avere i suoi contatti, e ci siamo ritrovati a luglio del 2017 a Ferrara presso il Natural Head Quarter Studio a registrare quattro tracce che fanno parte del nostro EP. Se questo lavoro è uscito così com’è è merito anche di Manu Fusaroli che ha messo del suo, in parte sugli arrangiamenti e sulla sistemazione di alcuni testi. 
Abbiamo sudato molto, era estate ed eravamo in un casolare in mezzo alla campagna, ma ne è valsa la pena.

...dicevamo di questo rock alla vecchia e cara maniera italiana: quali influenze musicali di ognuno di voi convergono a comporre la formula segreta dei Safari? Cosa ascoltate?
Cerchiamo di ascoltare musica a 360°, ma è inutile dire che le influenze arrivano dal rock italiano (primi Litfiba e Afterhours, CCCP, Teatro degli Orrori, Ministri, Voina) e dal rock internazionale (Royal Blood, Sonic Youth, Queen of the Stone Age, ecc.)

Genova: città carica, viva, piena di colori, città che ha sempre donato parecchio alla cultura su tutti i fronti. Che aria si respira a Genova adesso da quel punto di vista? Notiamo che in generale c'è un appiattimento ovunque, ce lo confermano le varie band con cui veniamo in contatto, diteci almeno voi che c'è un fermento in cui sperare. 
Vorremmo che la prima frase della domanda rappresentasse ancora la nostra città. C’è da dire una cosa positiva però: ci sono tanti ragazzi come noi che si sbattono per diffondere il più possibile la musica, creare eventi e luoghi dove questa possa ancora diffondersi ed esprimersi liberamente, al di là della convenienza economica o altro. 
 È grazie alla passione verso la musica se ancora esistono delle realtà interessanti a Genova. 

I Safari fuori dai Safari: raccontateci un mercoledí tipo
Serata di prove in saletta: Dani arriva in anticipo, Sergio arriva in ritardo, Davide arriva quando cazzo vuole, ci si insulta un po’, si sparano due cazzate e poi fortunatamente si inizia a suonare. E poi capita qualche volta dopo le prove di andare nei vicoli a bersi una birretta, anche se il giorno dopo si lavora perché non lo direste mai ma ancora non ci viviamo di musica. 

Disco nuovo significa tour: dove veniamo a vedervi live? 
Abbiamo già fatto diverse date da inizio anno a Genova e in Liguria, l’ultima il 16 marzo ad Alassio a Circolo Arci Brixton. Le prossime date sono: giovedì 22 marzo al Viandante a Carrara, e lo stesso giorno avremo un’intervista a Radio Riserva Indie e il 4 maggio al Circolo Stranamore a Pinerolo. Potrebbe uscire anche qualcosa ad aprile ma per scaramanzia non diciamo ancora nulla. La programmazione è sempre in aggiornamento. Potete trovare tutte le novità sulla nostra pagina FB

WASABIDRESS
Una canzone che i rappresenta come gruppo potrebbe essere Figure It Out dei Royal Blood. Soprattutto i primi tempi ci trovavamo spesso ad iniziare a suonare il riff di questa canzone per divertimento e poi trovarci ad improvvisare ed a jammare su questo pezzo, magari per un quarto d’ora di fila, senza sapere mai dove si sarebbe andati a finire. 

L’improvvisazione e le jam in studio sono parte integrante del nostro suonare, sono divertimento allo stato puro, senza pensieri né organizzazione, e magari possono anche portare a nuove idee per nuovi pezzi. 

Anche se non c’è un collegamento diretto, il cuore ci porta un po’ anche a Cuba. Io (Sergio) ci sono stato due anni fa in vacanza con la ragazza e degli amici e ci siamo innamorati di quel paese. Sembra di vivere negli anni ’50 e si sente musica, si suona e si balla a qualsiasi ora del giorno. Davide adora i Buena Vista Social Club e anche lui un giorno vorrebbe andarci. Mi ha consigliato di vedere il documentario che è stato fatto su questa grande band. 

 Daniele adora il rum, come me, perciò sembra che Cuba ci unisca un po’ tutti e tre in qualche modo. Chissà che il nostro Safari un giorno non ci porti di nuovo a Cuba. 


Intervista scritta da Sergio Rigoli a cura di Roberto Panighi


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martedì 20 marzo 2018

Segnali alieni in casa tua? Oggi puoi scoprirlo con il tuo pc.

Forse non tutti sanno che da quasi un ventennio esiste un progetto chiamato Seti@home.

Pensavate si trattasse di un delivery alla moda per la consegna di piatti esotici, vero? Invece no. Parliamo di un progetto mondiale che analizza i segnali captati dai radiotelescopi orientati verso lo spazio. L'obiettivo è di ricercare segnali e rumori di intelligenze extraterrestri all'interno in una larghezza di frequenza Hz molto ristretta. Questi segnali e rumori non esistono in natura e la loro scoperta sarebbe la prova logica di una tecnologia extraterrestre.

La quantità di questi dati è enorme e inizialmente venivano elaborati da un solo computer. Nacque l'idea brillante di sfruttare i computer connessi a internet così da avere a disposizione un supercomputer virtuale.

SETI League photo
Il Seti@home project funziona semplicemente: si scarica il software che farà il download di un pacchetto di dati da pochi kB, poi inizia l'analisi che avverrà in background lasciando il computer libero di fare qualsiasi altra funzione. Quando l'analisi viene conclusa il pacchetto viene rispedito al server della Berkley University in California e il software proseguirà con il successivo ripetendo l'operazione. Incluso nel software c'è uno screensaver che mostrerà il processo di analisi tramite un grafico 3D.

La possibilità di trovare un segnale extraterrestre è minima ma come Jodie Foster nel film Contact, non arrendetevi! Chissà che non capiti proprio a te di trovare un segnale Candidate. Candidate? Si esatto, è così che si chiama un segnale radio che analizzato risulta emesso da una sorgente non naturale.

Confessa adesso che la cosa è interessante e non stai più nella pelle...

Questo è link del Seti Italia da cui puoi iscriverti e contribuire allo sviluppo questo progetto.
Come si dice in questi casi: good luck!

Scritto da Lorenzo Guarascio


martedì 6 marzo 2018

SPECIAL - "Ark Nova" l'enorme teatro mobile


Un bulbo di poliestere gonfiabile viola, un guscio con la stoffa di un paracadute. Disegnata da Arata Isozaki e dall'artista indiano Anish Kapoor, l'installazione è stata realizzata a nella costa est del Giappone, come simbolo di riscatto per un paese che sta ancora pagando un prezzo carissimo per il terribile tsunami e lo spaventoso terremoto del marzo 2011.




L'ideatore sostiene sia una struttura che definisce lo spazio per la comunità e per la musica, racchiuso dal colore e dalla forma; lo studio architettonico va molto oltre ciò che in apparenza sembra. A livello tecnico gli ingegneri che hanno realizzato il progetto sono andati a fondo nella sperimentazione emozionale.


Uno spazio vibrante, un continuo divenire, un approccio biologico con questa straordinaria forma bulbosa, organica. Un'associazione profonda di questa "membrana" tra i nostri organi e la musica, un'unione di spazio e respiro, colore e struttura. 

Un teatro viola poi, la dice lunga; oltre ogni scaramanzia, oltre ogni credenza popolare. 
Un messaggio "pulsante" quello che lasciano questi artisti al patrimonio mondiale. 

Ark Nova, letteralmente "La Nuova Arca".

Una cattedrale moderna pronta a seguire il palinsesto; letteralmente.



Scritto da Federica Marta Puglisi

giovedì 1 marzo 2018

Acquerello come forma d'arte | Intervista a Ilaria Crescenzo


Acquerello: I lost my keys - Tema: Mondanità
Ci siamo imbattuti in questo profilo Instagram @skeletons_closet e abbiamo voluto sapere qualcosa di più di questa giovane artista milanese.


- Ilaria, donna e artista, come ti descriveresti? 
Creativa, lunatica, irascibile, sensibile, insicura ma decisa quando devo. 

- I primi rudimenti di disegno a quando risalgono? Come si è evoluto il tuo stile? 
Il disegno c’è stato fin da piccola. Ricordo che alle elementari la maestra mi faceva illustrare le poesie che studiavamo. Alle medie ero tra quelli che disegnavano le copertine del giornalino scolastico. 
Al liceo riproducevo illustrazioni e fumetti. In quegli anni studiavo grafica pubblicitaria che poi diventò il mio lavoro. Il disegno non se ne è mai andato. Il mio stile è cambiato, cresciuto e assieme a me si sta definendo sugli ultimi lavori in acquarello. Sono in continua evoluzione. 

- Come è iniziato il tuo percorso d’artista? 
È iniziato tutto quando sono andata a vivere da sola. Traslocando da casa dei miei genitori mi accorsi che dalle mie cianfrusaglie, dai libri e dagli oggetti emergeva tanta arte. Tanta di più rispetto a quella che pensavo di avere dalla vita e dal lavoro di grafico che avevo fatto per anni. Sembrava la casa di un altro! In quel momento mi resi conto di aver abbandonando troppo a lungo i miei interessi. 

Ilaria Crescenzo

- Hai avuto un Maestro, qualcuno che ti ha ispirata oppure incoraggiata nel tuo percorso di artista? 
Un vero e proprio Maestro non l’ho avuto. Le persone che mi sono vicine e che mi vogliono bene mi hanno sostenuta e continuano a farlo. Traggo ispirazione da chiunque mi trasmetta qualcosa di particolare capace di colpirmi. 

- Dal tuo curriculum possiamo leggere una grande esperienza nel packaging. Nomi come Inform, Robilant Associati, Futurebrand. Queste realtà hanno contribuito alla tua arte? 
Il packaging ha influito sulla mia professione ma non nella mia arte. Quel lavoro mi ha permesso di specializzarmi nello sconfinato mondo del graphic design. Avevo lavorato in agenzie dove ho potuto imparare un mestiere che tutt’ora mi permette di vivere. Oggi grazie alla mia esperienza ho aperto assieme ad altri professionisti uno studio di progettazione. 

- Sul tuo profilo Instagram abbiamo visto diverse pubblicazioni di soggetti femminili in acquarello. Solo loro il tuo soggetto preferito? 
Si, la donna vista come stato d’animo. Ho scelto la figura femminile a rappresentare questi stati d’animo perché si sa che le donne sono umorali e che vanno a tre quarti di luna. Le mie donne sono sospese in un mondo tutto loro. 

- Abbiamo letto da alcuni disegni i nomi di Gorey e Carroll. Chi è oppure chi sono i tuoi artisti preferiti? 
Gorey mi piace per lo stile vittoriano e macabro delle sue illustrazioni, per la sua personalità come uomo e come scrittore. Carroll mi aveva ispirata pensando alla sua storia di “Alice nel paese delle meraviglie”.  Tra i miei preferiti c’è Hugo Pratt per il suo personaggio di “Corto Maltese”, l’acquarello e la sua tecnica. Jean Giraud, alias Moebius, per le sue illustrazioni. Quando ero bambina leggevo i fumetti di mio padre disegnati da Giraud. 

- Possiamo dire che l’acquarello sia l’espressione che preferisci? 
Amo la sua leggerezza e la sensazione di evanescenza che mi trasmette. Ho studiato la tecnica da autodidatta sperimentando fino a raggiungere uno stile personale. 

- Domanda secca a risposta secca: qual è l’opera che ami di più? 
“Jeune fille en vert” (Ragazza con i guanti) di Tamara De Lempicka una pittrice degli anni ‘20 per il suo stile moderno e innovativo. 

- In pieno mood Wasabi Dress: tre cose meritevoli che descrivono il tuo ambito culturale? 
Per primo il libro “A smile in the mind” di Beryl McAlhone sul pensiero creativo nel graphic design, poi l’album “Welcome to the sky valley” dei Kyuss e per finire la ricetta Uovo sbattuto con caffè.


 Intervista a cura di Lorenzo Guarascio