martedì 27 gennaio 2015

SPECIAL - "Una storia di volumi...altissimi"

4 anni e 10 giorni.

E' l'esatta distanza che intercorre tra la pubblicazione di WOW e Endkadenz Vol.1.
E' una distanza importante.

Lo è soprattutto in questi periodi in cui la discografia delle major insegue isterica la ricetta perfetta per non collassare e dunque ecco uscire dischi e singoli come se non ci fosse un domani.
Ma i Verdena hanno i loro tempi, lo sanno i verdeniani e lo sanno soprattutto le persone che ancora sanno apprezzare un disco ascoltando dalla prima all'utima traccia senza skippare.
Si faceva così anni e anni fa coi vinili e guarda caso, 4 anni tra un lavoro e l'altro, ricorda proprio le tempistiche nell'era in cui si producevano i dischi...quelli veri, quelli che impiegavano 33 giri o 45 al minuto per lasciare un qualcosa per sempre.

E così arriva Endkadenz Vol.1.

Ci sarà anche un Vol.2 tra qualche mese perchè i Verdena, al solito, avevano pronta una nuova monumentale opera ma riproporre un doppio album sarebbe stato ripetitivo e loro non lo sono mai (e anche questo lo sanno i verdeniani), dunque eccoli qui con un'idea discografica di nuovo vintage e figlia degli anni '90 come l'uscita doppia degli Use Your Illusion dei Guns n' Roses.

Partiamo dal titolo: Endkadenz.
Ogni album dei Verdena ha sempre avuto un titolo che sinteticamente trasmettesse le vibrazioni della musica contenuta al suo interno: l'omonimo "Verdena" presentava la misticità di un nome storpiato (originariamente erano i Verbena), "Solo un grande sasso" metteva di fronte a qualcosa di grosso, immobile e pesante nella sua semplicità, "Il suicidio dei samurai" rimandava a suoni ruvidi come lame e tragici come il sommo atto dell'Harakiri mentre "Requiem" arrivava con un nome solenne come i suoni e le atmosfere cupe che conteneva.
E poi c'è stato "Wow", il doppio album, in cui l'aggiunta del piano elettrico, le distorsioni meno esagerate e le idee più pop hanno restituito una sorta di ulteriore nuova versione dei Verdena.

Ed ora ecco EndKadenz.

E' un nome che sembra anagrammare la parola "Decadenza" ma che pure sembra avere voglia di guidare i passi in una danza a endecasillabi.
Luca Ferrari spiega che nella scelta di questo nome si è ispirato a una foto che raffigura il finale dell'esibizione musicale-teatrale Konzertstück für Pauken und Orchester del compositore Mauricio Kagel, in cui un uomo si schianta dentro un timpano da orchestra dalla membrana di carta.

E' un'immagine forte, potente, così come lo sono i suoni di questo nuovo lavoro.

Alberto dice che questo "è un disco in rosso" registrato con tutti i potenziometri spinti al limite, ultrasaturati, quindi immaginiamoci la maturazione raggiunta con Requiem e Wow spinta ancora oltre.
La tracklist, dice sempre Alberto, "è stata messa li a caso, dosando quasi in modo paritario le sonorità più dure e quelle più morbide tra il Vol.1 e il Vol.2" ma questo "mettere li a caso" è una cosa a cui io personalmente non credo o meglio, anche se fosse, sono certo che sarà un "a caso" logico, sensato, come lo è sempre stato.

Ultima particolarità: in questo disco è stato utilizzato un pianoforte vero, di quelli "a muro" o più propriamente detti "verticali", dunque la sovrapposizione tra i distorti big-muff sparati al limite e la dolcezza delle note suonate dai martelletti vibrati dall'intensità dinamica delle dita del suonatore saranno sicuramente l'ennesima scelta artistica strabiliante dei fin ora mai ripetitivi Verdena.

Ringrazio tutta la serie di circostanze ed eventi che hanno fatto in modo che le mie orecchie intercettassero i loro suoni nel lontano '97, ho avuto un percorso musicale decisamente migliore grazie alla loro esistenza.

Scritto da Roberto Panighi per NaiFer

martedì 20 gennaio 2015

Scordando le atmosfere ovattate del Nord

Nata a Copenaghen, Agnes Obel, austera e composta in apparenza, si rivela essere un animo fragile e suadente, con un'intensità espressiva sostenuta dalle costruzioni precise delle sue melodie e dai suoi testi essenziali.

Propone in una nuova veste un pop pianistico-cameristico che emerge dalla massa per il suo velo fortemente melodrammatico.

Il suo esordio "Philharmonics" uscito il 4 ottobre 2010, in Danimarca ha ottenuto cinque volte il disco di platino. "Riverside" uno dei maggiori successi di questo album, scalò le classifiche come colonna sonora del film Submarino di Thomas Vinterberg tratto dal libro di Jonas T. Bengtsson.

"Aventine" il suo secondo album è una forte conferma del precedente successo; un album coerente con il primo arricchito da nuovi strumenti, nuovi suoni. Pubblicato su Play It Again Sam, distribuzione Self, e registrato presso i Chalk Wood Studios di Berlino.

Più che l’ennesimo nuovo fenomeno musicale del nord Europa, Agnes Obel possiamo definirla esponente di quella scia di artisti che tenta di fondere la musica classica con le atmosfere dell’elettronica. Un Pop post-moderno, di grande impatto emotivo ed immensa atmosfera.

“Ho registrato tutti gli strumenti posizionati vicinissimi fra loro, e così i microfoni: tutto in una piccola stanza, con le voci qui, il pianoforte qui – tutto molto vicino. Sono riuscita ad ottenere qualcosa che sembra grande con questi pochi strumenti”. Forse è proprio qui il segreto che trasporta la musica cameristica in ambienti trasognanti.

“The Curse” è la dimostrazione tangibile di come le intenzioni siano di ottima fattura, di come questa magica voce femminile riesca a tenere a bada uno spettro inquietante nel recinto armonico delle sua formazione classica. 

Scritto da Federica Marta Puglisi, NaiFer



Il Wasabi Dress di "The Course":


Submarino, Jonas T. Bengtsson

"Non gli ho mai parlato degli istituti. Di mia madre, che ci ha riuniti, ma che é scomparsa. Dei miei fratelli, di quello che ha un nome che non uso quasi mai, e di quello che un nome non l'ha mai avuto".

Duro, tagliente e cattivo. Il realismo quasi documentaristico spiazza chi si aspetta le atmosfere ovattate del nord.

Submarino é la storia della sconfitta e dell'immobilità di due fratelli, uno cocainomane e vedovo con un figlio piccolo e l'altro alcolista appena uscito di prigione.

Quello che lega i due personaggi é il ricordo sfuocato ma doloroso della morte del loro fratellino ancora neonato, accaduta per incuria in una situazione di degrado che ha caratterizzato la loro infanzia e messo le basi per il loro futuro. 

Nørrebro, uno dei quartieri periferici di Copenhagen, é il centro dell'azione; tra immigrati di origini balcaniche, pusher, prostitute ed edifici occupati, Nick e suo fratello si trovano e si perdono continuamente come se il loro legame fosse un vincolo e una zavorra in un mondo ostile che premia solo chi riesce con la violenza a sottomettere gli altri. 

I due sopravvivono, assuefatti alla loro condizione di precarietà senza avere mai la forza di cambiare prospettiva e di varcare il muro che separa la Danimarca da cartolina dall'inferno in cui sono cresciuti.

Jonas T. Bengtsson risparmia ogni giudizio morale; mette in sequenza fatti, persone, luoghi, senza identificare mai il responsabile della disfatta dei personaggi. 

La società? Il momento storico? 
La madre alcolizzata? 
Forse semplicemente il nichilismo dei due fratelli. 

Il ritratto freddo e spietato di una Copenaghen fatta di una disperazione che potrebbe essere quella di qualsiasi periferia, con Tivoli e la Sirenetta appena dietro l'angolo.

Scritto da Laura Ferloni, NaiFer



“Gammeldags æblekage”
Torta di mele danese all’antica: pronta in 8 minuti e senza forno.



Ingredienti (suddivisi per strati): 



- 2/3 mele grandi (300/400 gr al netto degli scarti)

- 2 cucchiai d’acqua

- 100 gr zucchero bianco o di canna
- 1 limone
- cannella
————
- 80 gr pangrattato
- 50 gr zucchero bianco
- 50 burro
- 80 gr biscotti secchi
————
- 200 ml panna
- 2 cucchiai zucchero
- cannella per guarnire 


Si tratta di un dolce povero, a basso costo e preparato con pochissimi ingredienti. È una torta non torta dato che non richiede l’uso del forno, non ha la forma di una torta ed è in pratica un dolce al cucchiaio.  La ricetta originale prevede di aggiungere come guarnizione dei Macaroon sbriciolati, biscotti molto simili ai nostri amaretti. In mancanza di questi, tuttavia, vanno benissimo anche i biscotti secchi. 

Procedimento: 
Cuocete per circa 10 minuti le mele tagliate a cubetti con il succo di 1 limone, la scorza, 100 gr di zucchero e 2 cucchiai d’acqua . Appena cotte aggiungere un pizzico di cannella, e lasciare raffreddare un attimo. Nel frattempo che le mele cuociono, in un pentolino sciogliere i 50 gr di burro con i 50 gr di zucchero del secondo dosaggio, quando sono sciolti aggiungere il pangrattato, mescolare bene, sempre sul fuoco, per circa 2-3 minuti, finchè il pangrattato non diventa leggermente dorato. Spengere e mettere da parte. Sbriciolare i biscotti con le mani, oppure pestarli con un batticarne, ma lasciarli grossolani. Montare la panna con i 2 cucchiai di zucchero a consistenza semimontata. 

Impiattamento: 
In una tazza mettere le mele, poi il crumble croccante di pangrattato, poi i biscotti sbriciolati, infine la panna semimontata e spolverizzare di cannella con le dita (come per mettere il sale) sopra per guarnire.

Scritto da Laura Baschirotto, NaiFer






"Non è mica la morte che importa, 
è la tristezza, è la malinconia. 
Lo stupore. 
Le poche buone persone che piangono nella notte. 
La poca buona gente."

Charles Bukowski, Storie di ordinaria follia, 1972










martedì 6 gennaio 2015

Il Wasabi Dress di H-E-I-M-A


Heima, il film. Premiato al Reykjavík International Film Festival il 27 settembre 2007; è stato rilasciato il 5 novembre 2007 (il 4 dicembre in Nord America) in due edizioni.  
Dopo un lunghissimo tour internazionale, i Sigur Rós, accompagnati dal quartetto di archi femminili Amiina, organizzano una serie di concerti gratuiti localizzandoli in punti strategici e significativi della loro terra. 

Due grandi session all'aperto a Miklatún e a Ásbyrgi ed altri piccoli live a Ólafsvík, Ísafjörður, Djúpavík, Háls, Öxnadalur e Seyðisfjörðu. Il più significativo fu il concerto di protesta a Snæfellsskála, contro la costruzione di una diga a scopo industriale, suonato tutto e volutamente unplugged per dimostrare "l'alternativa", quel rispetto che la nostra terra merita esattamente quanto noi stessi.

Il documentario, inoltre, comprende un concerto acustico, suonato per la famiglia e gli amici, al Gamla Borg, un piccolo café, nella piccola cittadina di Borg.

Un DVD difficile da descrivere, in cui il contenuto ha un valore profondo ed inestimabile. Una terra meravigliosa mossa dal vento, letteralmente folgorante con un valore sentimentale sincero e commovente dove i Sigur Rós si muovono tra spazi sconfinati lontano dalla definizione di luogo moderno. 

Aquiloni alti nel cielo, bambini che sorridono, anziani che camminano con i loro bastoni su sentieri deserti insieme a giovani donne, pescatori, ragazzi. 
Suonando spesso senza neanche un palco, accordando strumenti tra la gente, parlando con le loro persone, in mezzo agli spazi dove sono cresciuti.

Tutto il senso delle loro sonorità non potrebbe trovare migliore dimora se non "a casa". Un'esperienza da far fare ai nostri occhi saturi di tecnologie e velocità. 

Concedetevelo; davvero.

Il trailer


Scritto da Federica Marta Puglisi, NaiFer




Islanda d'inverno, un'alba infinita.

Heima, casa. É proprio la sensazione di essere a casa che invade non appena gli scarponi toccano il terreno ghiacciato di Keflavik.

L'aria gelida dell'artico si insinua dolorosamente nei polmoni rievocando il giorno del pianto primordiale. Rinascita.

L'Islanda d'inverno è un mondo a sé; il giorno dura pochissimo, ma la qualità della luce è incredibile. Un'alba che sconfina nel tramonto, avvolgendo la terra in una coperta dai colori del fuoco.

Spostarsi non è semplice, serve un 4x4 con buone gomme invernali e parecchia prudenza; ogni mattina è indispensabile consultare il sito della rete stradale Islandese per verificare che sul percorso programmato non ci siano strade chiuse e che le condizioni generali delle altre siano buone. 

Una volta lasciata Reykjavik e la strada nr. 1, si aprono diverse possibilità. 

Andare a sud verso Vik comporta quasi tre ore di viaggio di cui gli ultimi km su strade secondarie quasi sempre ghiacciate e difficilmente percorribili, ma se si riesce a raggiungere il promontorio di Dyrolahey l’impatto è letteralmente da togliere il fiato. Neve a perdita d’occhio, una lingua di sabbia nera e l’oceano; scogliere e l’orizzonte con il sole bassissimo. 

Anche il classico giro tra Þingvellir, Geysir e Gulfoss ha un fascino irresistibile e i paesaggi vestiti di ghiaccio promettono ricordi indelebili. 

Un’altra alternativa meno conosciuta ma altrettanto emozionante è l’itinerario tra Hafnarfjörður e Þorlákshöfn lungo la 42 che costeggia lo splendido Lago Kleifarvatn tra campi di lava e le solfatare multicolori di Krysuvik.

Rimanere a Reykjavik non permette sicuramente di catturare l’energia dell’Islanda, però si tratta comunque di un’esperienza interessante. Lungo il Laugavegur, la strada dello shopping, si trovano negozi di marchi indipendenti e di giovani designer Islandesi, gallerie, negozi di musica, locali. Sulla collina appena ad est si staglia la modernissima e controversa Hallgrimskirkja dal cui campanile c’è la più bella visuale sui tetti colorati della città.

Reykjavik però si gira in un paio d’ore, poi ci si deve dedicare all’attività sociale più praticata dagli Islandesi, il rito della piscina. Ogni quartiere ha la sua splendida e nuovissima piscina, rigorosamente all’aperto e riscaldata grazie all’energia geotermica, dove tutti, ma proprio tutti, chiacchierano, discutono nuovi progetti di business, intrecciano relazioni passando da una vasca di acqua bollente all’altra.

Passare le feste di fine anno in Islanda è un’esperienza da provare almeno una volta nella vita; la sera del 31 Dicembre gli Islandesi si riuniscono attorno a degli enormi falò con una birra in mano aspettando l’anno nuovo mentre migliaia di fuochi d’artificio illuminano il cielo di Reykjavik. Il rito del primo dell’anno invece prevede un bagno, rigorosamente vestiti da sera, nel mare artico sulla spiaggia di Ylströnd per poi tuffarsi nella hot pot con vista sulla baia.

Il freddo pungente, il vento, la pioggia, il buio. L’inverno Islandese è anche questo, ma quando il sole dietro le nuvole sfilacciate avvolge la natura grezza, appuntita, tagliente con la sua carezza rosa tutto diventa relativo e quella terra forte, estrema, ti strappa la promessa di tornare. Presto. Perché l’Islanda è questo, heima.



Il circo dell’Arte e del Dolore – Guðrun Minervudottir

“Si mise seduta sul letto e sentì la rabbia montarle dentro, o forse non era rabbia ma solo paura. A volte era difficile distinguere le due cose. Spesso le veniva il batticuore per l’insicurezza quando dormiva fino a tardi; come se si fosse persa qualcosa di importante, se si fosse dormita la vita e fosse troppo tardi per tutto.”

Yosoy è un circo permanente alla periferia di Reykjavik dove vengono messi in scena due volte al mese dei numeri grotteschi e surreali il cui fine è di spingere al limite le possibilità del corpo umano. Al limite del dolore sopportabile, al limite del possibile. 

Madame partecipa ad una competizione che fa muovere l’ignaro Olafur come una pedina all’interno di Yosoy perché il suo scopo è quello di vincere la gara. Chi vince riceve un premio che cambia radicalmente la vita, ma i partecipanti giocano alla cieca, nessuno sa fino al momento della premiazione quale sia l’ambito premio.

Strani personaggi intrecciano le loro vite in questo romanzo, narratori diversi srotolano le loro storie senza mai arrivare alla certezza. Un libro profondo e scioccante, una riflessione lucida e cinica sul significato del dolore fisico e morale.

Un romanzo in cui la riflessione filosofica è preponderante sull’azione, dove la staticità fa da specchio ai lunghi inverni Islandesi e l’atmosfera intorpidita e onirica rimanda al chiarore ovattato delle corte giornate artiche.


Scritto da Laura Ferloni, NaiFer






"Nú er ég loks kominn heim"

- Adesso sono finalmente a casa -






martedì 30 dicembre 2014

I 12 consigli di Wasabi Dress per il 2015

1, UNO
Approfondire qualche concetto dell'arte Wabi-Sabi 
per confrontarsi con qualcosa di profondamente reale. 
"Nulla dura, nulla è finito, nulla è perfetto". 
Una liberazione dal mondo materiale con trascendenza verso la vita più semplice. 

2, DUE
Visitare Reykjavik. 
Un motivo lo scoprirete solo una volta atterrati.

3, TRE
Fare il pane in casa. 
Perché é possibile e quel tempo esiste. 
Impastare; aspettare che lieviti, vedere acqua e farina trasformarsi in cibo. 
Impegno, attesa, soddisfazione e gola. 

4, QUATTRO
Guardare "Heima" 
il film/documentario girato nel 2006 durante il tour dei Sigur Rós, 
premiato in Islanda al Reykjavík International Film Festival 
il 27 settembre 2007. 

5, CINQUE
Riguardare un vecchio film di Virna Lisi
in onore di un'incredibile e brillante carriera di una donna come poche. 
Un classico intramontabile? Sapore di mare, anno 1983.

6, SEI
Leggere "Istruzioni per la manutenzione del parquet" 
di Will Wiles. 
Un peccato rivelare qualcosa di più. 

7, SETTE 
Comprare Endkadenz Vol.1
il nuovo album dei Verdena in uscita il 22 Gennaio. 

8, OTTO 
Amare una pianta e provare a prendersi cura di lei. 
Un confronto antico che si distoglie, per forza di cose, dalla morale di Osho 
"Volete che qualcuno vi ami, e se qualcuno vi ama vi sentite bene. 
Ma quello che non sapete è che l'altro vi ama solo perché vuole che lo amiate." 
Ecco, in questo caso possiamo garantire che non accadrà 
e la soddisfazione del "suo star bene" avrà incredibili risultati. 

9, NOVE 
Visitare la mostra dedicata a Sigmar Polke 
al Tate Modern di Londra; 
prima dell'8 Febbraio per £14.50. 

10, DIECI 
Guardare "La città incantata" 
di Miyazaki e chiedersi il perché avere atteso tanto. 

11, UNDICI 
Vedere un concerto di Nils Frahm 
del tour italiano 2015 (Milano, Bologna, Roma) 

12, DODICI 
Come dodicesimo punto vi consigliamo di 
non vivere troppo di ricordi e di sogni irrealizzabili. 
Perché? perché la vita é adesso 
ed il 2015 passerà inesorabile come tutti gli altri anni. 



BUON 2015 da WASABI DRESS

lunedì 22 dicembre 2014

SPECIAL - "Highline Meeting" l'arte di dormire sospesi nel vuoto

Dal 2013, intorno alla metà di Settembre sul Monte Piana, Dolomiti, si svolge uno dei piu' importanti e scenografici raduni non competitivi di slackliners, l'Highline Meeting. 

Decine di amache colorate appese nel vuoto tra pareti di granito rosa, con il sole che scompare dietro alla vetta, rappresentano lo scatto perfetto per chi ama la montagna e l'adrenalina.

Quando camminare in equilibrio su una fettuccia tesa tra due alberi non basta piu', quando per superare i propri limiti si cerca di sfiorare l'infinito, la vertigine dell'orizzonte, dallo slaklining si passa naturalmente all'higline dove il nastro collega due punti a centinaia di metri d'altezza.

Sportivi professionisti, principianti, amanti della montagna, profeti dell'estremo si raccolgono al campo base a piu' di 2000 m di altezza, sopra il Lago di Misurina per un'esperienza di condivisione, di sfida e di spazi senza confini.

La settimana dell'Highline Meeting richiama sportivi da tutto il mondo; i nastri colorati tesi tra le rocce sopra l'abisso sono il palco di una rappresentazione surreale e magica. Persone che camminano, danzano, dormono sospese nel vuoto ci fanno riflettere sulla precarietà e sull'equilibrio simbolico della vita. 

La scelta di questi luoghi come ambientazione dell'Highline Meeting non é casuale: durante la Prima Guerra Mondiale tra queste cime piu' di 15.000 giovani soldati sono morti tra l'odio e l'eco delle granate; oggi per non dimenticare si celebrano la libertà, l'equilibrio, la passione per la vita; ogni sera all'ora del tramonto é previsto un momento di contemplazione del sole nel silenzio perfetto che solo l'alta montagna é capace di regalare.

La lezione é tanto semplice quanto spiazzante: essere sospesi nel vuoto insegna il rispetto per una prospettiva differente, per un punto di vista diverso dall'ordinario.


Scritto da Laura Ferloni, NaiFer





   

martedì 16 dicembre 2014

Il Wasabi Dress Ottimistico, intervista a Mistico

Intervista esclusiva per Wasabi Dress
a Jacopo Cislaghi, in arte Mistico




- Chi é "Mistico"? 
Mistico è il personaggio attraverso il quale scrivo canzoni, è il contenitore delle mie riflessioni, le mie voglie, i miei spunti. E' un personaggio abbastanza riflessivo da avere un lato mistico e abbastanza incoerente da chiamarsi mistico senza esserlo. Da sempre resta in equilibrio tra il saggio e il buffone dando pari dignità ad entrambe le figure. 


- Come descriveresti questo nuovo EP?
L'EP si chiama ottimistico, e, a parte il gioco di parole, vuole essere un indicatore di direzione. Ci sono diverse tematiche trattate, ma sono tutte viste sempre in una ottica luminosa, una tendenza al positivo e allo sdrammatizzare.



- Vanti numerose collaborazioni nel tuo "portfolio musicale". Mastermaind, Fedez, Dargen D'Amico, Shade, Gigi Barocco, Meddaman, Danti. Quanto hanno inciso nella tua carriera?

Credo molto nelle collaborazioni, infatti scelgo di farle solo quando hanno senso. Nel mondo musicale attuale la tendenza nel lavorare è sempre più un "ti mando i pezzi registrati e poi rimandameli" invece che un "vediamoci e parliamone". Io invece ho sempre scelto artisti con i quali collaborare in maniera più umana e musicalmente stimolante, vedendosi in studio e prendendosi il tempo che ci vuole, magari con qualche birra. Solo così facendo si riesce ad imparare e crescere secondo me. Altrimenti la collaborazione diventa un pò fine a se stessa. 


- Il mercato discografico é in forte crisi ormai da oltre 10 anni, le Majors si giustificano da tempo con la diffusione della pirateria informatica e con i prezzi ormai proibitivi dei CD. Un progetto di 5 tracce, con collaborazioni importanti, in vendita negli store digitali a soli 2,99€ sembra davvero un approccio "ottimistico". Perché questa scelta? 

Penso che la crisi del mercato musicale abbia rimescolato le carte, le strutture, i metodi, ma penso anche che fosse inevitabile. Cambiando la maniera nella quale la gente fruisce della musica, è inevitabile che cambi il mondo che la produce, distribuisce e vende. La cosa importante è sapere che è la necessità della gente di ascoltare musica, che crea un mercato musicale, e non il contrario. Quindi vada come vada sarà un successo (non mio, credo). 

La scelta del produrre 5 pezzi è stata obbligata, essendo un autoproduzione che è stata lavorata sugli standard massimi del settore, se avessi potuto ne avrei fatti 20, ma ahimè! Per la scelta del prezzo, il fatto è che 2,99 è il mio numero preferito. 


- Pensi davvero che la vita possa migliorare con una cavalla che balla con te?
Se qualcuno pensa il contrario, provo pena per lui.


IL doppio 
WASABI DRESS OTTIMISTICO:


- Da quale canzone partiresti per creare il tuo personale Wasabi Dress?




Direi "Smash" degli Offspring, la lego al primo viaggio che feci con una NSR 125 della Honda, a fine liceo.
Riuscii ad arrivare in sardegna senza prendere nessuna autostrada o tangenziale, fù un lungo e bellissimo viaggio. Se dovessi abbinarlo ad un cibo sceglierei il fritto da rosticceria, che fù, insieme allo scatolame, il mio sostentamento per tutto il viaggio.



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Pensando a qualcosa di più recente invece, ti direi "Suffer well" dei Depeche Mode



L'avevo sul furgone con il quale ho viaggiato in AustraliaLo legherei al libro Cecità, che m'è piaciuto tantissimo e che strideva così tanto con i paesaggi immensi dell'Outback australiano.


"Arriva sempre un momento in cui 
non c’è altro da fare che rischiare."

Tratto da Cecità, romanzo di José Saramago

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Intervista a cura di Federica Marta Puglisi, NaiFer

domenica 14 dicembre 2014

Wasabi Live Annullato

Avvisiamo gli utenti che il Wasabi Live 
previsto per oggi 14 Dicembre 2014 a Porto Ceresio 

sarà rimandato causa pioggia.


martedì 9 dicembre 2014

SPECIAL - Future Library, i cento libri che non sono ancora stati scritti

Una scommessa sul futuro della letteratura, un progetto visionario e poetico.


L'artista Scozzese Katie Paterson ha immaginato una biblioteca in divenire, un luogo fisico nel cuore di Oslo, un luogo dell'anima di ogni lettore, dove verranno conservati 100 libri che verranno scritti uno ogni anno fino al 2114. 

Tra 100 anni questa speciale antologia verrà pubblicata sulla carta ricavata da migliaia di alberi che sono stati piantati nelle foreste del Nordmarka nel 2014.

La prima autrice a contribuire al progetto è Margaret Atwood che nel 2015 consegnerà il primo dei 100 manoscritti che saranno conservati per un secolo nella sala progettata da Katie Peterson all'interno della New Deichmanske Public Library di Oslo.

I nomi degli autori e i titoli delle opere saranno resi noti, ma nessuno dei manoscritti sarà disponibile per la pubblicazione prima del termine del progetto.


La speranza di questa opera è quella di mantenere vivo l'interesse per una letteratura contemporanea di alto livello, per la carta stampata che porta con sé il profumo di un libro, lo spessore di una pagina, la bellezza di una copertina scolorita.

Il futuro di un'antologia così particolare è strettamente legato all'amore per la terra, per la foresta che sarà aria nuova per le prossime generazioni e sarà carta per diventare nutrimento dell'anima. 

Una sfida al digitale, una provocazione nei confronti di una generazione dove i lettori sono una specie in via d'estinzione. 


Un progetto intelligente e idealista. 

Di cui nessuno di noi vedrà la fine.

Scritto da Laura Ferloni, NaiFer

martedì 2 dicembre 2014

martedì 25 novembre 2014

E se fosse stato Fismoll a rubar cavalli tra Vilnius e Trakai?

Arkadiusz Glensk, in arte Fismoll é nato nel 1994 a Poznań nella Polonia occidentale. Il suo nome significa letteralmente "fa diesis minore" la nota, a suo dire, più triste e profonda; la nota che suo padre, anch'esso musicista, trovò ricorrente nelle sue composizioni. 

At Glade é il suo primo disco, l'esordio di un artista appena maggiorenne e quello che stupisce sin dal primo brano é la sua incredibile maturità.

Sono delineate le sfumature che lo trasportano in ambienti affini a sonorità a cui lui stesso ha dichiarato d'ispirarsi, come i Sigur Rós, Ólafur Arnalds.

I To Dryad é il brano numero sette, quello che meglio descrive il suo debutto nel mondo musicale. Un arpeggio garbato trasportato da un avvolgente e malinconico ingresso di archi, in cui la sua voce compare, con calma, solo dopo un minuto. 

Come se le sue parole volassero in un gelido vento invernale, come se fosse già chiara l'importanza dell'immenso carico emotivo che, questo giovanissimo musicista, trasporta.

Scritto da Federica Marta Puglisi, NaiFer


Il Wasabi Dress di "I to Dryad":


Fuori a rubar cavalli, Per Petterson
"Voglio metterci il tempo che serve. Il tempo è importante per me adesso, mi dico. Non nel senso che deve passare lento piuttosto che veloce, ma semplicemente in quanto tempo, come qualcosa in cui vivo e che riempio di cose e attività fisiche in cui posso scandirlo, così che mi diventi visibile e non scompaia quando non me ne accorgo".



Estate 1948, una casa isolata nella foresta sul confine tra la Norvegia e la Svezia. 



La guerra, la resistenza, il rapporto padre e figlio, un lutto improvviso, l'amore adulto, appena sbirciato, l'abbandono, l'amicizia e il legame istintivo e profondissimo con la natura scandinava, selvaggia e implacabile. Questi sono i temi che Petterson con una scrittura pulita e rigorosa costruisce all'interno di flashback e di rimandi ad avvenimenti passati.



Inverno 2000, stessa vallata, cinquant'anni più tardi.



Trond è da poco rimasto vedovo e decide di tornare nel luogo che nell'arco di una intensa estate l'ha fatto uscire violentemente dall'infanzia. Anche questo è un momento delicato, di passaggio, in cui i ricordi si mescolano con dettagli immaginati e verità che nessuno ha mai avuto il coraggio di dire. Il bilancio di una vita intera che si avvia verso la conclusione risulta molto più convincente nel rigore di un'inverno di isolamento e di riflessione.



Petterson riesce a mostrare parallelamente due personaggi molto diversi, Trond adolescente e lo stesso Trond quasi settantenne, senza che le due figure stridano mai.


La solitudine li accomuna: l'adolescente rimane solo dopo l'abbandono del padre, figura mitica con il cui ricordo dovrà fare i conti anche una volta oltrepassata la barriera dell'età adulta; l'uomo anziano sceglie di passare gli ultimi anni della sua vita da solo, nei boschi che lo hanno così profondamente modellato.

Un libro da leggere con calma, parole limpide da osservare mentre compongono frasi leggere.

Scandinavo nello stile, nell'anima.

Scritto da Laura Ferloni, NaiFer


Silenzio e tramonti scarlatti tra Vilnius e Trakai 

Vilnius, capitale Baltica che sorge tra le rovine di un ex cortina di ferro in periferia, i simboli di un fiorente e prestigioso passato nel centro storico e l'ambizione ad un futuro globalizzato nella zona commerciale.

Gli aggettivi che meglio descrivono questa capitale sono ordine e silenzio, si, ordine e silenzio...in pieno giorno, sotto al monumento rappresentante il centro geografico d'Europa è possibile parlare sussurrando al proprio vicino e sentirsi nitidamente, le persone sembrano correre al rallentatore, senza emettere rumori, l'atmosfera sembra ovattata dal perenne cielo plumbeo e dalla cortina di nuvole che ricopre costantemente la città. 
Quel cielo argentato, che riflette la luce del pallido sole autunnale sulle vetrine di vecchie oreficerie ebraiche al fianco di McDonalds & Sturbucks.

Lasciando alle spalle la città, degna di attenzione con modeste attrazioni di carattere culturale-commerciale, grazie alle irrisorie cifre necessarie per gli spostamenti, è fondamentale fermare un autobus anni od il primo taxi disponibile e farsi accompagnare verso i laghi di Trakai. 

Superati i primi cinquanta cartelloni pubblicitari di Samsung, appena usciti dal grigiore della periferia dove sembra che il tempo si sia fermato nel 1989, accade qualcosa di magico: la coltre di nubi, che sembrava saldata come una cupola sopra la città e nell'animo della popolazione, si squarcia....proprio appena sopra l'orizzonte, si...l'orizzonte...perchè fuori Vilnius il paesaggio lentamente perde ogni forma, ogni silhouette. Nessun rilievo, come un mare di prati e campi ed una Route 66 baltica a squarciare la timida tundra. 


Giunti a Trakai, dopo circa 40 minuti di viaggio, attraversato a piedi un piccolo villaggio di pescatori, comparirà un paesaggio surreale, quel tramonto rosso fuoco, frutto di qualche pennellata di Munch, si riflette sulla superficie dei laghi e sulla facciata del castello, delineandone la figura, rendendolo unico in un contesto paradisiaco, quasi fuori luogo, sicuramente fantastico. 

Al porticciolo, una barca a vela, con un anziano marinaio lituano al timone, traghetta i cuori e le anime in quel silenzioso, caldo e misterioso angolo sperduto di europa, dove nessun rilievo e degno di nota ma dove i colori ridisegnano una skyline che non c'è, dove le osterie del porto offrono Zeppelin & Selvaggina invece che pescato locale, dove con qualche decina di euro si può vivere un territorio inesplorato, ordinato, silenzioso...

...quel silenzio che sembra un urlo per una nazione che ha riconquistato la propria indipendenza, libertà...ed ora attende alle porte dell'Europa nel miraggio dell'ennesima globalizzazione culturale...che non toccherà mai Trakai, dove in silenzio il sole tramonterà sempre sull'acqua dolce del lago dando spazio al crepuscolo ed alla fiera di luminarie e luci del villaggio dove i pescatori mangiano carne e patate, dove lo stridente silenzio fa da metronomo ai pensieri di ogni viaggiatore. 

Gastronomia locale: 

- Zeppelin (grossi gnocchi di patate a forma di....dirigibile) in qualsiasi forma e condimento. 
- Selvaggina. 



Scritto da Andrea Ferrari, NaiFer



"Il viaggio non finisce mai, solo i viaggiatori finiscono."

José Saramago